venerdì 3 ottobre 2008

Messico: la guerra di cui nessuno parla

C’è una guerra in atto di cui nessuno pare voglia parlare. Si tratta della lotta al traffico di stupefacenti che sta avendo luogo in Messico. Da 18 mesi il Messico è governato dal Presidente Felipe Calderon il quale, già durante la sua campagna elettorale, rese nota la sua volontà di voler usare il pugno di ferro contro i trafficanti di droga, probabilmente anche soto la pressione del governo degli Stati Uniti. Va infatti sottolineato che la stragrande maggioranza degli stupefacenti smerciati negli USA provengono proprio dal Messico.
Secondo fonti ufficiali la guerra in corso tra governo e narcotrafficanti avrebbe causato negli ultimo 18 mesi qualcosa come 4.785 vittime tra civili (4.313) e militari (472). Ai cartelli del narcotraffico, infatti, il governo di Calderon ha contrapposto 36.000 militari operazione, questa, degna di una vera e propria guerra.
La notizia è stata resa nota proprio il giorno del 40° anniversario della repressione ai danni dei movimenti studenteschi messicani. Mi riferisco agli avvenimenti del 3 ottobre 1968 quando la Piazza Tlatelolco (ribattezzata in seguito Piazza delle Tre culture) si trasformò in un mattatoio. In quell’occasione furono centinaia le persone che rimasero inermi sul suolo della piazza. In quel caso si trattò di repressione ai danni dei movimenti studenteschi (reazione esagerata ordinata dall’allora presidente Gustao Diaz Ortaz), ma il confronto regge, se non altro per il numero di vittime che si calcolano oggi. Chiaramente ritengo che l’intervento massiccio delle forze armate per la lotta al narcotraffico sia, a differenza dei fatti del 1968, un atto comprensibile e condivisibile. Ma la cosa che lascia davvero basiti è il fatto che siano così tante le persone che stanno perdendo la vita.
E’ chiaro che non vi sono alternative concrete alla repressione, in questo caso, ma come si potrebbe evitare che così tanti civili vengano coinvolti nel mercato degli stupefacenti? Probabilmente gli alti tassi di disoccupazione del paese, e la malagestione delle zone periferiche, contribuiscono ad aggravare il problema. Personalmente, pur condividendo le posizioni del Presidente Calderon, ritengo che la repressione fine a sè stessa non possa essere sufficiente e contemporaneamente si debba cercare di intervenire sul mercato del lavoro, creando nuovi posti d’impiego e distribuendo meglio il reddito federale tra tutti gli stati fella federazione messicana.

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