Considerando anche il suo background politico e culturale, mi potrebbe dare un suo giudizio su quella che viene considerata “l’egemonia culturale della sinistra”? Ritiene che esista davvero questa egemonia oppure si tratta solo di un complesso di superiorità di una determinata area politica o, peggio ancora, di una creazione della destra italiana (e quindi potremmo parlare di un complesso di inferiorità)?
La differenza sostanziale sta nel fatto che la sinistra considera la cultura come uno strumento per la raccolta del consenso al fine di conquistare il potere, mentre per noi la cultura ha un significato diametralmente opposto, che si fonda sulla libertà d’espressione e di manifestazione del proprio pensiero per il miglioramento della società. L’egemonia culturale della sinistra è finalizzata proprio alla conquista ed al mantenimento del potere fine a sé stesso. Dobbiamo lavorare perché la cultura abbia un ambiente più libero nel quale chiunque possa lavor
are nella più totale libertà.
La sinistra ha sempre coltivato in Italia l’idea di una superiorità soprattutto sul piano morale erigendosi a unica portatrice di una morale superiore a quella degli avversari politici (lo ha fatto nei confronti della DC, dei socialisti ed ora di Forza Italia e del centro-destra). In realtà questa superiorità morale non vi è mai stata e non è mai stata dimostrata quando la sinistra è stata forza di governo. Va sottolineato che la sinistra ha sempre avuto un corpo di militanti che realmente erano mossi da una profonda morale; individui che spesso anteponevano gli interessi del partito a quelli privati. Questo non va disprezzato, ma ciò non rispecchia la classe politica che rappresenta questa base.
Si può dire che in qualche modo la cultura è stata una sorta di “concessione” fatta dai governi passati alla sinistra? Mi riferisco soprattutto agli anni ’70 quando l’establishment politico (nella fattispecie la DC) concesse alla sinistra emergente alcuni gangli della società (tra cui spiccano il settore culturale e la magistratura) in cambio del potere effettivo. Non pensa che, nel fare ciò, si sia sottovalutata la cultura?
Questo è assolutamente vero. Il demandare alla sinistra il controllo della cultura è stata una delle responsabilità più grandi della DC in cambio di un rapporto di “non belligeranza”. Vi è stata una sorta di spartizione dei vari poteri; mentre la DC si appropriava dei poteri dell’economia, delle banche, delle partecipazioni statali, alla sinistra veniva devoluta la cultura così come la magistratura. Naturalmente la sinistra aveva fatto già di tutto per potersi “appropriare” della cultura, lo dimostra l’operato di Antonio Gramsci, che ha avuto un grande ruolo dal punto di vista culturale. Si tratta dunque di una vocazione già presente nei cromosomi della sinistra che, associato all’abdicazione della DC nel campo culturale, ha portato ai risultati attuali. Quello della DC è stato sicuramente un errore molto grave. Il centro-destra non deve fare lo stesso errore dimostrando di sapere quale sia l’importanza della cultura e mostrandosi aperto al confronto, cosa che la sinistra non ha mai fatto.
Ritiene che il cambiamento di cui sta parlando debba essere calato dall’alto, oppure anche le piccole realtà possono giocare un ruolo nel modificare lo status quo?
Dall’alto può venire una linea guida per delineare il rapporto che intercorre tra cultura e politica, ma naturalmente questa concezione deve trovare stimoli, elementi e forza nelle realtà territoriali del paese. L’Italia è il paese delle 100 città, dei 100 campanili, e la sua unicità è quella di un paese che ha un territorio multiforme e con realtà politiche e culturali diverse. Questo fa grande il nostro paese ed è proprio questo l’elemento da cui la cultura deve trarre giovamento, soprattutto nelle realtà provinciali dove, sotto l’apparente immobilità della vita, vi è un fervore di realtà culturali e di voglia di partecipare
e organizzare i progetti che rendono forte il paese. Basti pensare che tutte le realtà artistiche del nostro paese nascono fondamentalmente dalla provincia. Tutti gli uomini di cultura non nascono nelle città ma nella provincia per poi spostarsi nelle grandi città dove maggiori sono le possibilità. E’ dunque la provincia la realtà più feconda del nostro paese, soprattutto da un punto di vista culturale.
Ma ha ancora senso e ha mai avuto senso, in un paese come il nostro, parlare di una cultura nazionale?
Vi è stato un lungo dibattito in Italia sull’esistenza di una cultura nazionale. E’ chiaro che nell’epoca della globalizzazione troviamo anche una globalizzazione culturale, ma permangono delle identità nazionali e culturali. Sarebbe un danno enorme se sparissero queste identità per far fronte ad una globalizzazione sfrenata soprattutto in campo economico. Ciò porterebbe a livellare tutte le specificità e le identità di carattere culturale provocando danni enormi. Le identità di cui sto parlando hanno a che fare direttamente con la vita delle persone al senso della propria vita: l’uomo contemporaneo che vive senza ricercare il senso della propria vita è destinato alla tragedia.
La differenza sostanziale sta nel fatto che la sinistra considera la cultura come uno strumento per la raccolta del consenso al fine di conquistare il potere, mentre per noi la cultura ha un significato diametralmente opposto, che si fonda sulla libertà d’espressione e di manifestazione del proprio pensiero per il miglioramento della società. L’egemonia culturale della sinistra è finalizzata proprio alla conquista ed al mantenimento del potere fine a sé stesso. Dobbiamo lavorare perché la cultura abbia un ambiente più libero nel quale chiunque possa lavor
are nella più totale libertà.La sinistra ha sempre coltivato in Italia l’idea di una superiorità soprattutto sul piano morale erigendosi a unica portatrice di una morale superiore a quella degli avversari politici (lo ha fatto nei confronti della DC, dei socialisti ed ora di Forza Italia e del centro-destra). In realtà questa superiorità morale non vi è mai stata e non è mai stata dimostrata quando la sinistra è stata forza di governo. Va sottolineato che la sinistra ha sempre avuto un corpo di militanti che realmente erano mossi da una profonda morale; individui che spesso anteponevano gli interessi del partito a quelli privati. Questo non va disprezzato, ma ciò non rispecchia la classe politica che rappresenta questa base.
Si può dire che in qualche modo la cultura è stata una sorta di “concessione” fatta dai governi passati alla sinistra? Mi riferisco soprattutto agli anni ’70 quando l’establishment politico (nella fattispecie la DC) concesse alla sinistra emergente alcuni gangli della società (tra cui spiccano il settore culturale e la magistratura) in cambio del potere effettivo. Non pensa che, nel fare ciò, si sia sottovalutata la cultura?
Questo è assolutamente vero. Il demandare alla sinistra il controllo della cultura è stata una delle responsabilità più grandi della DC in cambio di un rapporto di “non belligeranza”. Vi è stata una sorta di spartizione dei vari poteri; mentre la DC si appropriava dei poteri dell’economia, delle banche, delle partecipazioni statali, alla sinistra veniva devoluta la cultura così come la magistratura. Naturalmente la sinistra aveva fatto già di tutto per potersi “appropriare” della cultura, lo dimostra l’operato di Antonio Gramsci, che ha avuto un grande ruolo dal punto di vista culturale. Si tratta dunque di una vocazione già presente nei cromosomi della sinistra che, associato all’abdicazione della DC nel campo culturale, ha portato ai risultati attuali. Quello della DC è stato sicuramente un errore molto grave. Il centro-destra non deve fare lo stesso errore dimostrando di sapere quale sia l’importanza della cultura e mostrandosi aperto al confronto, cosa che la sinistra non ha mai fatto.
Ritiene che il cambiamento di cui sta parlando debba essere calato dall’alto, oppure anche le piccole realtà possono giocare un ruolo nel modificare lo status quo?
Dall’alto può venire una linea guida per delineare il rapporto che intercorre tra cultura e politica, ma naturalmente questa concezione deve trovare stimoli, elementi e forza nelle realtà territoriali del paese. L’Italia è il paese delle 100 città, dei 100 campanili, e la sua unicità è quella di un paese che ha un territorio multiforme e con realtà politiche e culturali diverse. Questo fa grande il nostro paese ed è proprio questo l’elemento da cui la cultura deve trarre giovamento, soprattutto nelle realtà provinciali dove, sotto l’apparente immobilità della vita, vi è un fervore di realtà culturali e di voglia di partecipare
e organizzare i progetti che rendono forte il paese. Basti pensare che tutte le realtà artistiche del nostro paese nascono fondamentalmente dalla provincia. Tutti gli uomini di cultura non nascono nelle città ma nella provincia per poi spostarsi nelle grandi città dove maggiori sono le possibilità. E’ dunque la provincia la realtà più feconda del nostro paese, soprattutto da un punto di vista culturale.Ma ha ancora senso e ha mai avuto senso, in un paese come il nostro, parlare di una cultura nazionale?
Vi è stato un lungo dibattito in Italia sull’esistenza di una cultura nazionale. E’ chiaro che nell’epoca della globalizzazione troviamo anche una globalizzazione culturale, ma permangono delle identità nazionali e culturali. Sarebbe un danno enorme se sparissero queste identità per far fronte ad una globalizzazione sfrenata soprattutto in campo economico. Ciò porterebbe a livellare tutte le specificità e le identità di carattere culturale provocando danni enormi. Le identità di cui sto parlando hanno a che fare direttamente con la vita delle persone al senso della propria vita: l’uomo contemporaneo che vive senza ricercare il senso della propria vita è destinato alla tragedia.


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