lunedì 29 settembre 2008

Non si placa la violenza anti-cristiana in India

Ormai da giorni sono ripresi in india gli attacchi contro le comunità cristiane locali. E’ ormai da molto tempo che questi gesti inaccettabili si susseguono lasciando sul campo decine e decine di morti. Nel distretto di Kandhamal negli scorsi giorni sono state date aale fiamme case e Chiese, costringendo le autorità locali ad imporre nuovamente il coprifuoco in alcuni dei distretti dello Stato di Orissa, la regione che da fine agosto ha visto riprendere gli scontri tra induisti e cristiani.
Questa volta il casus belli è stata l’uccisione, da parte di un poliziotto, di una persona che stava partecipando ad una manifestazione degenerata in violenti scontri con le forze dell’ordine durante i quali, secondo le fonti ufficiali, sono rimaste ferite 32 persone a causa del fitto lancio di pietre da parte dei manifestanti.
A tal proposito è intervenuto il Vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro il quale, nel sottolineare con forza l’impegno dell’Ue nel preparare il summit europeo con l’India e nel non lasciare nulla di intentato per la difesa della libertà religiosa, ha commentato la recente risoluzione adottata dal Parlamento europeo sottolineando come “le introduzioni fatte dal Ministro Jouyet e dal Commissario Wallstrom avessero omesso qualsiasi considerazione sul massacro di questi mesi” e che “grazie alla risoluzione del Parlamento europeo il tema della difesa dei cristiani e della qualità della democrazia indiana entra con forza nei lavori del summit Ue-India addirittura con la richiesta di punire i responsabili della strage tra i quali ci sono anche membri della polizia colpevoli di non essere intervenuti”. L’On. Mauro ha inoltre ribadito che i membri del PPE chiedono “che vengano riconosciute alla Chiesa compensazioni per i danni inflitti alle sue proprietà e a quelle dei cittadini privati”.
Resta comunque il fatto che quanto sta avvenendo in India ha dello sconcertante. Ancora una volta prendono piede le ipotesi fatte dall’americano Samuel Huntington nel suo libro “Lo scontro delle civiltà”. Amolti esperti questo testo, fino a qualche anno fa, pareva una esagerazione; ora si devono realmente ricredere considerando che gran parte delle tesi proposte da questo saggio si stanno dimostrando azzeccate.

mercoledì 24 settembre 2008

Continua a preoccupare la posizione di Ahmadinejad

“Spezzeremo la mano di chiunque volesse attaccare l'Iran ancora prima che possa premere il grilletto”. Questa è la minaccia lanciata dal premier iraniano Ahmadinejad in occasione del 28° anniversario dell’attacco iracheno (ovvero lo scoppio della guerra Iran-Iraq che insanguinò la regione tra il 1980 ed il 1988). Ad aggravare la situazione arriva anche la notizia che il governo di Teheran ha respinto le richieste Onu di sospendere l'arricchimento dell'uranio nel quadro del suo programma nucleare. Ora, io non sono favorevole alla limitazione del potere decisionale dei singoli stati, ma considerando anche solo il linguaggio estremamente agguerrito e minaccioso di Ahmadinejad, che per la cronaca non è più sostenuto neppure dagli ayatollah, credo che davvero il programma di ricerca nucleare iraniano possa essere una minaccia per la pace globale (anche se di pace al mondo ce n’è davvero poca!).
Alle dichiarazioni di Ahmadinejad, ha fatto eco il presidente americano George W. Bush il quale, davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, ha affermato che paesi “come la Siria e l’Iran continuano a sostenere il terrorismo internazionale di matrice islamica”. Bush ha poi proseguito nel suo intervento chiedendo alle Nazioni Unite di attuare le sanzioni verso la Corea del nord e l’Iran contro la proliferazione nucleare. Nel dire ciò ha inoltre sottolineato che “occorre procedere ad una ristrutturazione del Consiglio per i Diritti Umani perché troppo spesso ha protetto i paesi violatori”.
Per quanto filo-americano, non sono mai stato un grande sostenitore dell’amministrazione Bush in quanto ritengo che abbia spesso esagerato nei toni portando il mondo a vivere conflitti che si sarebbero potuti tranquillamente evitare. In questo caso, però, sono convinto che le preoccupazioni espresse dall’amministrazione statunitense siano più che condivisibili. Ahmadinejad, così come il presidente nord-coreano Kim Jong-Il, troppo spesso ricorrono a linguaggi belligeranti e non nascondono le proprie ambizioni di porre rimedio ad alcune situazioni internazionali ricorrendo all’uso della forza. Nello specifico mi riferisco prevalentemente all’Iran che, in più di un occasione, si è detta pronta a lanciare una guerra contro Israele. E’ ovvio che se le ricerche in campo nucleare fossero finalizzate semplicemente alla creazione di nuove fonti energetiche non ci sarebbe nulla da eccepire alle volontà del governo di Teheran. Ma il dubbio che queste ricerche siano invece finalizzate alla costruzione di armi atomiche rimane. E a quel punto cosa potrebbe succedere? Si tornerebbe ad una sorta di “guerra fredda” ricorrendo nuovamente al principio della deterrenza, oppure si concretizzerebbe davvero la possibilità di una guerra atomica? Sembrano quasi scenari fantascientifici, ma il rischio esiste ed è concreto. Il problema è che, ancora una volta, le Nazioni Unite si dimostrano deboli, senza contare che il ricorso alle sanzioni non fa altro che gravare sul benessere della povera gente aumentando l’astio nei confronti dell’Occidente. Ma allora quale potrebbe essere la soluzione? Questo davvero non sono in grado di dirlo, ma probabilmente attraverso un maggiore dialogo qualche risultato potrebbe essere ottenuto.

domenica 21 settembre 2008

Intervista al Ministro della Cultura Sandro Bondi

Considerando anche il suo background politico e culturale, mi potrebbe dare un suo giudizio su quella che viene considerata “l’egemonia culturale della sinistra”? Ritiene che esista davvero questa egemonia oppure si tratta solo di un complesso di superiorità di una determinata area politica o, peggio ancora, di una creazione della destra italiana (e quindi potremmo parlare di un complesso di inferiorità)?
La differenza sostanziale sta nel fatto che la sinistra considera la cultura come uno strumento per la raccolta del consenso al fine di conquistare il potere, mentre per noi la cultura ha un significato diametralmente opposto, che si fonda sulla libertà d’espressione e di manifestazione del proprio pensiero per il miglioramento della società. L’egemonia culturale della sinistra è finalizzata proprio alla conquista ed al mantenimento del potere fine a sé stesso. Dobbiamo lavorare perché la cultura abbia un ambiente più libero nel quale chiunque possa lavorare nella più totale libertà.
La sinistra ha sempre coltivato in Italia l’idea di una superiorità soprattutto sul piano morale erigendosi a unica portatrice di una morale superiore a quella degli avversari politici (lo ha fatto nei confronti della DC, dei socialisti ed ora di Forza Italia e del centro-destra). In realtà questa superiorità morale non vi è mai stata e non è mai stata dimostrata quando la sinistra è stata forza di governo. Va sottolineato che la sinistra ha sempre avuto un corpo di militanti che realmente erano mossi da una profonda morale; individui che spesso anteponevano gli interessi del partito a quelli privati. Questo non va disprezzato, ma ciò non rispecchia la classe politica che rappresenta questa base.
Si può dire che in qualche modo la cultura è stata una sorta di “concessione” fatta dai governi passati alla sinistra? Mi riferisco soprattutto agli anni ’70 quando l’establishment politico (nella fattispecie la DC) concesse alla sinistra emergente alcuni gangli della società (tra cui spiccano il settore culturale e la magistratura) in cambio del potere effettivo. Non pensa che, nel fare ciò, si sia sottovalutata la cultura?
Questo è assolutamente vero. Il demandare alla sinistra il controllo della cultura è stata una delle responsabilità più grandi della DC in cambio di un rapporto di “non belligeranza”. Vi è stata una sorta di spartizione dei vari poteri; mentre la DC si appropriava dei poteri dell’economia, delle banche, delle partecipazioni statali, alla sinistra veniva devoluta la cultura così come la magistratura. Naturalmente la sinistra aveva fatto già di tutto per potersi “appropriare” della cultura, lo dimostra l’operato di Antonio Gramsci, che ha avuto un grande ruolo dal punto di vista culturale. Si tratta dunque di una vocazione già presente nei cromosomi della sinistra che, associato all’abdicazione della DC nel campo culturale, ha portato ai risultati attuali. Quello della DC è stato sicuramente un errore molto grave. Il centro-destra non deve fare lo stesso errore dimostrando di sapere quale sia l’importanza della cultura e mostrandosi aperto al confronto, cosa che la sinistra non ha mai fatto.
Ritiene che il cambiamento di cui sta parlando debba essere calato dall’alto, oppure anche le piccole realtà possono giocare un ruolo nel modificare lo status quo?
Dall’alto può venire una linea guida per delineare il rapporto che intercorre tra cultura e politica, ma naturalmente questa concezione deve trovare stimoli, elementi e forza nelle realtà territoriali del paese. L’Italia è il paese delle 100 città, dei 100 campanili, e la sua unicità è quella di un paese che ha un territorio multiforme e con realtà politiche e culturali diverse. Questo fa grande il nostro paese ed è proprio questo l’elemento da cui la cultura deve trarre giovamento, soprattutto nelle realtà provinciali dove, sotto l’apparente immobilità della vita, vi è un fervore di realtà culturali e di voglia di partecipare e organizzare i progetti che rendono forte il paese. Basti pensare che tutte le realtà artistiche del nostro paese nascono fondamentalmente dalla provincia. Tutti gli uomini di cultura non nascono nelle città ma nella provincia per poi spostarsi nelle grandi città dove maggiori sono le possibilità. E’ dunque la provincia la realtà più feconda del nostro paese, soprattutto da un punto di vista culturale.
Ma ha ancora senso e ha mai avuto senso, in un paese come il nostro, parlare di una cultura nazionale?
Vi è stato un lungo dibattito in Italia sull’esistenza di una cultura nazionale. E’ chiaro che nell’epoca della globalizzazione troviamo anche una globalizzazione culturale, ma permangono delle identità nazionali e culturali. Sarebbe un danno enorme se sparissero queste identità per far fronte ad una globalizzazione sfrenata soprattutto in campo economico. Ciò porterebbe a livellare tutte le specificità e le identità di carattere culturale provocando danni enormi. Le identità di cui sto parlando hanno a che fare direttamente con la vita delle persone al senso della propria vita: l’uomo contemporaneo che vive senza ricercare il senso della propria vita è destinato alla tragedia.

venerdì 19 settembre 2008

Alitalia verso il fallimento e i dipendenti esultano

Quello che sta succedendo in questi giorni relativamente all'affaire Alitalia ha a dir poco del ridicolo! Non mi capacito di come sia possibile che un sindacato come CGIL, così ben strutturato e che si dice "movimento a tutela dei lavoratori" possa agire in questo modo e far saltare l'unico accordo possibile per salvare quel che resta della nostra compagnia di bandiera. Non vi è da stupirsi del tutto, però. E' infatti nella logica comunista! Il ragionamento fatto dai vertici di CGIL è infatti il seguente: vi sono esuberi e quindi persone da mettere in cassa integrazione? Bene, allora preferiamo farci mettere tutti in cassa integrazione. Non credo che però i lavoratori che soffriranno dell'eventuale fallimento (che mi auguro possa ancora essere scongiurato!) siano d'accordo con questo ragionamento. Si tratta di 20.000 dipendenti che rischiano, dall'oggi al domani, di ritrovarsi senza un lavoro.
Ritengo che, come espresso anche dal portavoce di Fi-PdL Daniele Capezzone, che la CGIL abbia commesso un autogol letale osteggiando la trattativa: gli italiani hanno infatti potuto verificare con i propri occhi che c’è un pezzo di mondo sindacale malato di estremismo e massimalismo, pronto a osteggiare qualunque iniziativa del Governo, anche se questo fa male al Paese.
Ma la cosa che fa ancor più male e risulta essere incomprensibile, è il fatto che oggi i telegiornali abbiano mostrato immagini dei dipendenti di Alitalia che manifestavano la propria soddisfazione per il mancato accordo per il salvataggio della compagnia di bandiera. Ma come è possibile? Si tratta di padri di famiglia che rischiano di perdere il lavoro, ma questo non li frena dall'esultare per la perdita del lavoro stesso. Ma come è possibile? Tutto ciò ha davvero del paradossale!
Ma non è tutto. A rincarare la dose di incomprensibilità ci ha pensato il "leader" del PD Walter Veltroni che da New York (cosa ci faccia negli States a spese nostre è a me sconosciuto...) che a suo avviso "l'Alitalia si trova in queste condizioni drammatiche per effetto della conduzione totalmente dilettantesca da parte di questo governo". Secondo Veltroni solo "l'accordo con l'Air France avebbe risolto questa crisi nazionale". Il leader del Pd suggerisce due ipotesi: "Primo, che la Compagnia Aerea Italiana (Cai) ascoltasse le richieste dei sindacati e riflettesse su una soluzione che ne tenga conto". Personalmente traggo due conclusioni in risposta alle parole di Veltroni: in primo luogo non penso che fosse il caso di arrendersi al cannibalismo dell'Air France (che, dopotutto, non era stato accettato neppure dal Governo precedente che, se ricordo bene, era di centro-sinistra!); in secondo luogo sarebbe il caso che Veltroni si rendesse conto che solo una sigla sindacale (la CGIL) non ha accettato l'accordo.
Termino con il dire che, malgrado tutto, a questo punto mi auguro che l'accordo venga trovato ma mi auguro che la "giustizia divina" faccia sì che risultino in esubero proprio quelli che oggi a Fiumicino hanno esultato al fallimento dell'accordo! Queste persone, infatti, mi fanno vergognare di essere italiano, parola di un patriota-plurilaureato-disoccupato.

lunedì 15 settembre 2008

Non benedire i divorziati

"Non si possono ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime". Così Papa Benedetto XVI, in un suo intervento durante la sua visita al santuario di Lourdes, ha di fatto affermato che ritiene non si possa dare la benedizione ai divorziati. Personalmente ho sempre difeso le posizioni del papa, almeno fino ad oggi. Ritengo infatti che non sia ammissibile che la Chiesa si trovi a non essere in grado di perdonare. Non mi pare che assassini, stupratori e ladri non possano ricevere la benedizione e questo perchè, giustamente, insito nella natura della Chiesa è il concetto di "perdono". Tutte le domeniche, nelle omelie dei parroci di mezzo mondo, si sente ripetere che l'uomo deve saper perdonare perchè solo nel perdono si trova la salvezza. Già, a mio avviso, è spesso difficile riuscirci; basti pensare a casi limite come il perdono per l'assassino di un caro o il perdono nei confronti di uno stupratore o, peggio ancora, di un pedofilo. Capisco appieno la posizione della Chiesa sul tema del "perdono", ma non riesco assolutamente a capacitarmi di come, proprio Lei, non sia in grado di perdonare chi, attraverso il divorzio (che sottolineo essere uno dei più grandi fallimenti nella vita di un individuo!), ammette di aver commesso un errore. Sottolineo che io stesso sono recentemente rimasto shockato dai dati resi noti dall'ISTAT relativamente al vertiginoso aumento dei divorzi in Italia, ma non per questo mi sento di giudicare. Conosco molte persone che hanno dovuto porre fine alla propria relazione. Alcune volte ho ritenuto le cause giuste, in altre no, ma non mi sento proprio di esprimere giudizi su chi decide di fare una scelta del genere che, comunque, porta sempre sofferenza! Il succo della questione è che, grezzamente parlando, è importante perdonare chi commette errori anche gravi come omicidi e stupri (ed è quindi concessa loro la benedizione), ma non è ammissibile perdonare chi rompe un sacramento come quello del matrimonio... questa davvero non la capisco!!!
Ritengo che Papa Benedetto XVI stia facendo troppi passi indietro rispetto al suo predecessore. E' chiaro che in un momento in cui la fede cristiana/cattolica pare minata dal di dentro e dal di fuori, il Papa senta la necessità di dare dei segnali forti, ma a mio avviso in certi casi esagera porgendo di fatto il fianco a chi non fa altro che criticare il Vaticano per partito preso! A questo va aggiunto che pare si stia portando a compimento il percorso che riporterà in tutte le chiese del mondo il latino come lingua con la quale verranno celebrate le Sante Messe. Ma è mai possibile che si vogliano davvero compiere dei passi indietro così grandi?
Ho frequentato per anni l'ambiente parrocchiale della mia città, ma proprio a causa del cambiamento apportato dal nuovo parroco mi sono visto costretto ad abbandonare anche alcune delle cariche che ricoprivo al suo interno (facevo l'educatore dei gruppi giovanili). Questo perchè il nuovo parroco, così come sembra stia facendo Benedetto XVI, preferisce una Chiesa fatta di "pochi ma buoni". Ma mi sembra che non sia assolutamente questo il messaggio chiave della nostra religione. Ho il timore che certi atteggiamenti della Chiesa rischino di allontanare sempre di più la gente dalla religione con conseguenze gravi anche sulla società. Spero vivamente di sbagliarmi e mi auguro altresì che si inverta al più presto questa tendenza retrograda che io stesso fatico a difendere.

mercoledì 10 settembre 2008

Cosa cambia nel mondo della scuola

"Da oltre trent'anni la politica della scuola si comporta in maniera irrsponsabile. Ciò ha rubato il futuro ad i giovani della mia generazione, ma quelli del 2020 non possono essere oggetto di una bassa speculazione politica". Con questa dichiarazione, rilasciara all'agenzia ANSA, il Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini risponde alle polemiche che si sono sollevate negli ultimi giorni a riguardo della sua propoista di riforma del sistema scolastico italiano. "I dipendenti della scuola in Italia sono oltre 1.300.000 e sono decisamente troppi", prosegue il ministro, "vorrei una scuola con meno professori, più pagati e più gratificati. Con questo non si intende modificare il tempo pieno che, anzi, sarà addirittura incrementato del 50%".
Dopo la pace fatta con il Ministro Umberto Bossi, il quale aveva polemizzato all'idea che fosse reintrodotto il maestro unico nelle scuole primarie, la Gelmini ha dichiarato che entro il 20 settembre convocherà le parti sociali per trovare un accordo sul piano programmatico della scuola. Ma questo non è stato sufficiente a calmare gli animi in casa PD i cui dirigenti hanno definito la proposta della Gelmini "un'improvvisazione totale che avrà effetti drammatici sulla scuola italiana". Proprio a tal proposito Walter Veltroni ha annunciato che dal 26 al 29 settembre è in programma lo "Scuola day" con la mobilitazione del personale scolastico in protesta alla riforma Gelmini.
Ma analizziamo nel dettaglio il "sistema scuola" italiano. Va sottolineato che la spesa per il personale ha un’incidenza altissima sul bilancio complessivo del ministero, e questo significa che la nostra scuola non ha la capacità, se non si interviene strutturalmente, di rinnovarsi e di guardare con serenità al futuro. Tutto ciò è il frutto di politiche passate assolutamente sbagliate che hanno spesso usato la scuola come una sorta di ammortizzatore sociale (come denunciato dalla stessa Gelmini). Come dichiarato dall'On. Fontana del Pdl "Il Ministro Gelmini sta facendo un ottimo lavoro perché l’Italia abbia, finalmente, una scuola di qualità, dopo i tanti disastri del passato, dovuti a politiche demagogiche e spesso irresponsabili". Da un punto di vista pratico l’introduzione dell’educazione civica, il ripristino del giudizio in condotta e del maestro unico alle elementari rappresentano passi necessari per liberare la scuola dalle nefaste eredità ideologiche degli anni passati. Si stanno inoltre facendo passi avanti per quello che è un pò il leitmotiv del Governo Berlusconi: la lotta agli sprechi. E' infatti intenzione della Gelmini far sì che anche nella scuola, così come si sta tentando di fare in altri settori, tra i docenti così come tra gli studenti, prevalga la cultura del merito.
In Italia, infatti, troppo spesso assistiamo ad ingiustizie senza pari. Mi riferisco alle migliaiai di insegnanti, ad ogni livello, che una volta acquisito il ruolo si adagiano nella loro posizione senza tenersi informati e spesso non svolgendo il proprio lavoro con passione e dedizione. E' chiaro che in parte ciò è anche dovuto alla scarsa retribuzione che gli spetta, ma il problema più grande è che non c'è concorrenza di alcun tipo. In Italia ci sono migliaia di persone che da anni vivono da precarie nel settore dell'istruzione e che sanno già che non avranno mai la possibilità di affermarsi nel loro mestiere in quanto le posizioni disponibili sono sature. Chiaramente gli insegnanti sono troppo, su questo non vi è dubbio, e in un periodo in cui il mercato del lavoro italiano (e non solo) è totalmente immobile, non hanno altre alternativa se non quella di sperare. Ma le speranze sono spesso disattese e, nella maggior parte dei casi, lo si sà in partenza. Basta prendere il caso di professori delle superiori che da anni fanno supplenze ma che, non avendo avuto modo di fare il SISS (la Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario) non riusciranno mai neppure a passare dalla terza alla seconda fascia con possibilità di assunzione a tempo indeterminato praticamente nulle!
Anche questa è l'ennesima ingiustizia tutta italiana frutto, come del resto gran parte dei mali del nostro paese, di oltre cinquant'anni di politiche sbagliate e non lungimiranti. Non me ne intendo particolarmente, sarò franco, ma la riforma della Gelmini, se non altro, cerca di cambiare le cose. Non si può continuare in questo immobilismo per paura di sbagliare. E' ora di agire, di fare qualcosa, di rovesciare un sistema che si sta dimostrando obsoleto. Chiaramente, come ogni riforma del genere, richiederà tempo perchè i risultati si notino (aggiungerei purtroppo). Non vi è dubbio che anche le perplessità e le paure siano lecite e comprensibili, ma sarebbe ora che tutti si trovassero d'accordo sul fatto che qualcosa vada fatto. Ritengo che la riforma della scuola del Ministro Gelmini debba essere considerata una straordinaria opportunità che sarebbe molto grave rischiare di mancare perdendosi in sterili polemiche.

venerdì 5 settembre 2008

L'Angola chiamata alle urne

Sono oltre otto milioni gli angolani chiamati alle urne a sedici anni dall'ultima tornata elettorale. Le ultime elezioni si svolsero infatti nel 1992 ed il risultato aveva riportato di nuovo il Paese nel caos. A 6 anni dalla fine della guerra civile, che per 27 anni ha sconvolto l'Angola, sono grandi le aspettative della popolazione. Le elezioni riguardano il parlamento nazionale, composto da 220 membri, ed il partito attualmente al governo punta a raggiungere una larga maggioranza che gli permetta di poter riformare agevolmente la Costituzione. Le elezioni del '92 sono ricordate per le conseguenze nefaste che ebbero sul paese. A queste, infatti, seguì una scia di violenza che ha riportato alla memoria la guerra civile che sconvolse l'Angola dopo la sua indipendenza dal Portogallo.
L'Angola, come accennato, è una ex colonia portoghese che ottenne l'indipendenza nel 1975 in seguito al colpo di stato che ebbe luogo in Portogallo e che spinse il governo di Lisbona ad abbandonare tutte le sue colonie. Ma proprio all'indomani della dichiarazione d'indipendenza, l'Angola sprofondò in una grave guerra civile che vide contrapposti non solo gruppi etnici distinti, ma anche i membri dei due maggiori partiti politici: l'MPLA (Movimento popolare per la liberazione dell'Angola) da una parte e l'UNITA (l'Unione Nazionale per l'Indipendenza Totale dell'Angola) dall'altro. Saranno proprio questi i due partiti contendenti alle elezioni di questi giorni. Allo scontro etno-politico si affiancò la frizione tra le grandi potenze mondiali interessate alle risorse naturali del paese (in primo luogo il petrolio, di cui l'Angola è ricca. Non a caso dal 2007 è membro dell'OPEC) e al suuo controllo, considerando la sua rilevante importanza geo-strategica. Mentre l'MPLA, movimento marxista-leninista, era appoggiato da Cuba e dall'Unione Sovietica, l'UNITA era sostenuto da Stati Uniti e Sudafrica. Il conflitto continuò fino alla firma di un accordo di pace, voluto dalle potenze straniere dopo i cambiamenti nello scenario internazionale, siglato il 1 maggio 1991. Nel 1992 si tennero le ormai note elezioni presidenziali che videro la vittoria del MPLA ed il leader del partito José Eduardo dos Santos, venne proclamato presidente. L'UNITA, guidato da Jonas Savimbi, non accettò l'esito elettorale e il paese entrò, come detto, in una nuova fase di guerra civile. Un tentativo di porre fine alle ostilità fu fatto nell'aprile del 1997 quando venne creato un governo di unità nazionale dal quale, però, l'UNITA fu presto espulso in seguito alla ripresa delle azioni di guerriglia.
Quando nel 1989 crollò il Muro di Berlino e di fatto si concluse la Guerra Fredda, il Presidente dos Santos (che per la cronaca è in carica dal 1979) iniziò a ribaltare completamente la propria politica. Se in politica interna ha rimodernato le istituzioni, depurandole dal passato marxista, in politica estera ha instaurato una solida alleanza con Stati Uniti, Gran Bretagna e Portogallo. Proprio a dimostrazione di ciò va sottolineato la posizione costantemente favorevole del Governo di Luanda alle guerre intraprese dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. Questo atteggiamento spiazzò completamente l'UNITA, "alleato" storico dell'Occidente, il quale si ridusse nel giro di pochi anni da grande partito politico qual'era a un gruppo paramilitare allo sbando. Attualmente, dunque, possiamo quasi affermare che in Angola vi sia una sorta di sistema monopartitico. Ciò lascia ben sperare dos Santos che non a caso, come accennato, mira ad ottenere una maggioranza schiacciante.
Oggi le strade della capitale Luanda sono inondate di bandiere e slogan che inneggiano ai dua maggiori partiti. Speriamo che, come troppo spesso abbiamo visto, le manifestazioni non sfocino in episodi di sanguinosa violenza tipici del continente africano.

giovedì 4 settembre 2008

Inizia il confronto Governo-Sindacati per salvare Alitalia

Il governo sta lavorando per trovare una soluzione alla delicata crisi che ormai da tempo ha investito Alitalia. I lavori si stanno tenendo proprio in questi giorni in quella che ritengo essere la maniera migliore: il dialogo con le parti. Il Governo, infatti, ritiene che per trovare la miglio soluzione possibile, sia necessario un attento confronto con le sigle sindacali (nove in Alitalia) che consideri tutte le questioni legate al risanamento della compagnia di bandiera tra le quali risalta, chiaramente, la problematica legata all'esubero di lavoratori.
Il primo passo fatto da Palazzo Chigi è stata la nomina del commissario straordinario Augusto Fantozzi con un decreto firmato lo scorso 29 agosto da Silvio Berlusconi e Claudio Scajola. Dopo pochi giorni dalla sua nomina Fantozzi avrebbe riferito che nelle casse del vettore a fine agosto sarebbero rimasti 195-200 mln e che una stima riferita a fine settembre la farebbe scendere addirittura a 30-50 mln.
Nel frattempo anche l'Unione Europea si è pronunciata sul caso attraverso le parole del Commissario UE per l'economia Joaquin Almunia il quale ha riferito che "Alitalia deve trovare una soluzione in accordo con le regole europee" e "che la soluzione sia buona per la compagnia, per i passeggeri e per i lavoratori". Proprio in riferimento alla questione legata ai lavoratori che rischiano di perdere il posto è intervenuto il ministro alla PA Renato Brunetta il quale ha riferito che il Governo è intenzionato a ricollocare il personale Alitalia in esubero in aziende private attraverso lo strumento degli incentivi alle aziende stesse.
Proprio oggi ha inizio il confronto con i sindacati sul piano industriale di Alitalia. I lavori, che si protrarrano per i prossimi 10 giorni, partono da una base di confronto sugli esuberi di 4.500 tagli secondo il Piano Fenice (questo il nome assegnato alla manovra). La conferma arriva dopo le indiscrezioni pubblicate da Repubblica, che riferiscono di contatti informali con il governo.
Nei giorni scorsi, inoltre, sempre dalla Commissione Europea ha preso la parola il commissario ai trasporti Antonio Tajani il quale ha commentato il piano di salvataggio di Alitalia affermando di vedere numerosi "punti positivi" nel Piano Fenice. Questi punti positivi, a detta di Tajani, sarebbero legati alla palese volontà di "favorire il mercato e il principio della concorrenza" facendo partecipare i privati e volendo "vendere gli asset al prezzo di mercato". Proprio in riferimento a quest'ultima affermazione di Tajani va detto che è stata già presentata un'offerta per gli asset operativi di Alitalia da parte della Newco Cai.
Oggi, intanto, si è ufficialmente aperto il tavolo del confronto tra Governo e sindacati, ma le agenzie hanno già battute le prime dichiarazioni del segretario generale della CGIL Epifani (a mio avviso fuoriluogo) il quale ha affermato di sentirsi estremamente pessimista sulla vicenda in quanto bisognerà "cercare in una via molto stretta un equilibrio per un piano di rilancio credibile" e "la risposta al maggior numero possibile di lavoratori". La cosa non stupisce più di tanto in quanto Epifani è solito isolarsi dalle altre sigle sindacali e, pur chiedendo a gran voce il dialogo, spesso non è disposto a trattare. Forse la sua è stata una sorta di risposta provocatoria alle dichiarazioni di Berlusconi di ieri sera il quale ha affermato che il Piano Fenice è l'unico possibile; va sottolineato che alla base di quest'ultimo vi è il dialogo tra le parti.
Personalmente mi associo alle parole di Bonaiuti e Scajola. Il primo, in risposta alle dichiarazioni di Epifani, ha dichiarato che non pensa "che si voglia respingere una soluzione del genere", mentre il ministro per lo sviluppo economico ha affermato che occorre "andare avanti cercando la condivisione", quindi l'accordo con i sindacati, ma "nessuno pensi di avere diritti di veto". Sono comunque positive le prime notizie che giungono da Roma. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, promuove infatti il progetto per salvare Alitalia e parla di un "evento positivo". A questa dichiarazione, rilasciata a poche ore dall'incontro tenutosi al ministero del Lavoro, Bonanni aggiunge: "Non capisco perché il piano debba essere visto negativamente". Inoltre, al termine di un incontro avuto con il ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta, Bonanni ha sottolineato la necessità da parte di tutti di un "senso di responsabilità e collaborazione". Che si tratti di una stoccata al collega Epifani?!?