domenica 10 agosto 2008

Nuova crisi nel Caucaso: è guerra aperta nell'Ossezia meridionale

L’8 agosto 2008 non sarà ricordato solo per l’apertura delle Olimpiadi di Pechino, ma anche per la rottura della tregua tra forze armate georgiane e l’esercito irregolare delle forze separatiste dell’Ossezia meridionale. Il Caucaso è infatti tornato alle cronache per i violenti scontri che si stanno verificando nella regione. Ad aggravare la situazione anche l’intervento armato della Russia che ha di fatto aperto le ostilità tra i governi di Mosca e di Tbilisi, i cui rapporti erano tesi ormai da tempo in seguito all’elezione del georgiano Mikheil Saakashvili, dichiaratamente atlantista ed anti-russo. L'Ossezia è una regione storica del nord del Caucaso, al confine tra Russia e Georgia, oggi amministrativamente divisa in Ossezia del Nord (denominata anche "Alania", sotto amministrazione russa) ed Ossezia del Sud (in Georgia, palcoscenico degli scontri). L’Ossezia era balzata alle cronache già nel 2004 per la strage di Beslan, dove un gruppo di integralisti islamici Ceceni mise a segno un sequestro che costò la vita centinaia di persone, fra le quali 186 bambini, ed oltre 700 feriti (oltre ai 32 ribelli protagonisti). In quell’occasione, però, si trattava dell’Ossezia del nord, ovvero di territorio russo, e le motivazioni che causarono l’attacco terroristico, di carattere per lo più religioso, furono del tutto diverse rispetto a quelle che muovono i separatisti osseti oggi. Dietro le rivendicazioni etniche (il movimento separatista dell’Ossezia del sud è filo-russo), infatti, si nascondono in realtà motivazioni di carattere economico, considerando l’importanza geo-strategica della regione ed il fatto che sul territorio in questione passano numerosi oleodotti e gasdotti di importanza mondiale (va sottolineato che gli Osseti parlano l’osseto, lingua iranica correlata al persiano, con forti influenze del georgiano e del turco. Se troviamo una differenza etnico-linguistica, però, non ne troviamo da un punto di vista religioso, storicamente il maggiore dei pretesti per muovere guerra, infatti la maggioranza degli Osseti, sia dell'Ossezia meridionale che settentrionale, sono fedeli alla Chiesa Ortodossa Orientale). Come afferma un’agenzia del 7 agosto le forze georgiane e i separatisti dell'Ossezia meridionale hanno rotto la tregua solo poche ore dopo la decisione sull'avvio dei negoziati. A pochi minuti dalla rottura della tregua il generale Mamuka Kurachvili ha dichiarato alla televisione georgiana che “il governo georgiano ha deciso di restaurare l'ordine costituzionale nella zona del conflitto”, e contemporaneamente il presidente osseto Eduard Kokoity, dopo aver detto che sono in corso “violenti combattimenti”, ha definito “l'assalto” su Tskhinvali (la capitale osseta) un'azione “perfida e vile”. Nel primo giorno di combattimenti si sono registrate 15 vittime, ma il numero è destinato ad aumentare, considerando che il conflitto ha visto l’intervento armato anche della Russia che sta utilizzando anche l’aeronautica. Gli Stati Uniti non stanno a guardare ed hanno chiesto la fine dei combattimenti, invitando all'apertura di negoziati tra le parti. Ma la Russia non pare voler fare un passo indietro ed il presidente russo Dmitri Medvedev ha convocato una riunione per discutere delle “misure di emergenza” da intraprendere. Nel frattempo la capitale sud osseta Tskhinvali è invasa dalle colonne di blindati russi che hanno approfittato del ripiegamento dell’esercito georgiano che ha di fatto abbandonato la regione. Mentre l’Occidente continua a condannare la reazione eccessiva del governo di Mosca, il Presidente russo Dimitri Medvedev giustifica l’intervento affermando che l’operazione militare è finalizzata a “'costringere la parte georgiana alla pace”. Ma quel che conta è che le ostilità si stanno inasprendo e continuano provocando, tra le altre cose, una migrazione di massa dovuta alle migliaia di profughi che fuggono le ostilità. Questa mattina, inoltre, navi da guerra russe sarebbero arrivate sulla coste georgiane del Mar Nero per imporre un blocco navale finalizzato ad impedire l’eventuale approvvigionamento di armi all’esercito di Tbilisi acuendo lo scontro tra i due paesi. Proprio a tal proposito la Georgia ha chiesto ufficialmente agli Stati Uniti di assumere funzioni di mediazione nella crisi con la Russia, come ha riferito il segretario del Consiglio di sicurezza.
Preoccupa molto, dunque, quanto sta avvenendo in Caucaso, soprattutto alla luce del fatto che la regione continua a dimostrarsi estremamente instabile a causa dei numerosi interessi economici che ruotano attorno all’area. Il rischio concreto è che le ostilità possano allargarsi a macchia d’olio, considerando le numerose scaramucce che si verificano continuamente tra paesi filo-russi e paesi filo-occidentali ai quali si aggiunge, spesso, la questione etnico-religiosa (vedi Cecenia). Solo per portare un esempio, l’Ucraina vuole impedire il rientro in Crimea delle navi russe dislocate al confine marittimo georgiano problema, anche questo, che rischia di aggravare la situazione. Ci troviamo, dunque, davanti ad una vera e propria polveriera nella quale tutte queste scintille rischiano di fare esplodere un conflitto di enorme portata. Speriamo che ciò non avvenga.

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