sabato 30 agosto 2008

Corsa alla Casa Bianca: candidati a confronto

E' di questi giorni la notizia della nomina, da parte dei due contendenti alle elezioni presidenziali americane, dei candidati alla vice-presidenza. Il repubblicano John McCain ha indicato la 44enne Sarah Louise Heath Palin, attualmente governatrice dello stato dell'Alaska e proveniente dal mondo del giornalismo televisivo. Decisamente diversa la scelta del democratico Barack Obama; ci si aspettava, infatti, che il senatore dell'Illinois scegliesse la grande sconfitta alle primarie Hillary Clinton, ma così non è stato. Obama ha optato per il più navigato Joseph Robinette "Joe" Biden, Jr., 66enne senatore del Delaware.
Ma guardiamo, in maniera schematica, quali sono i punti di vista dei due candidati sulle tematiche che hanno maggior rilievo a livello internazionale.

Relazioni Internazionali

John McCain
McCain è da tempo impegnato nella promozione della democrazia in Africa e Medio Oriente. Si espresso in maniera estremamente critica nei confronti della Russia per il comportamento del Cremlino nella crisi georgiana ed ha manifestato soddisfazione per la decisione del presidente pakistano Musharraf di dimettersi affermando che ritiene inopportuno che gli USA proseguano nella loro co-operazione con il Pakistan considerata l'assenza di democrazia nel paese. McCain, inoltre, supporta la U.S.-India Civil Nuclear Accord considerandola "la base di partenza per rafforzare le relazioni con quella che considera la più grande democrazia del mondo". In tal senso McCain pare intenzionato a rivitalizzare la posizione degli stati uniti sullo scenario internazionale.
Barack Obama
Decisamente diverso il tono utilizzato da Obama il quale ritiene importante "incontrare i leader di tutte le nazioni, sia quelle amiche che quelle avverse", che ha però le stesse posizioni del suo avversario sia sulla questione pakistana che sulla crisi georgiana. Come senatore Obama ha votato favorevolmente allo U.S.-India Civil Nuclear Accord e nel corso della sua campagna ha enfatizzato il ruolo delle politiche estere multilaterali.

Crisi in Iraq

John McCain
McCain afferma che non intende continuare le operazioni in Iraq oltre il necessario "per garantire gli interessi americani nell'area" (ha previsto per il 2013 la fine delle operazioni di peace keeping). Il candidato repubblicano, infatti, ritiene che "un ritiro precipitoso delle forze americane condannerebbe l'Iraq ad una guerra civile" che rafforzerebbe le posizioni di al-Qaida. Ritiene, infine, che "il vantaggio di avere un alleato pacifico e democratico nel cuore del Medio Oriente potrebbe essere messo a repentaglio da uno sciagurato ed irrazionale ritiro immediato".

Barack Obama
Obama si è invece sempre dimostrato estremamente critico nei confronti delle operazioni militari in Iraq, ritenendo che, a differenza dell'Afghanistan, le operazioni non hanno mai avuto l'obbiettivo di combattere al-Qaida. Questa è la ragione per cui è intenzionato a ritirare le truppe immediatamente. Secondo i calcoli di Obama entro 16 mesi dall'inizio del mandato presidenziale tutti i soldati americani potrebbero aver fatto ritorno in patria. "Il modo migliore per responsabilizzare i leader iracheni è far capire loro che ci stiamo ritirando", questa è la frase che il candidato democratico ha pronunciato più volte riguardo all'Iraq. Anche in questo caso ritiene fondamentale coinvolgere nel dialogo gli altri paesi del Medio Oriente in modo che possano portare il loro contributo alla stabilizzazione interna dell'Iraq. Se eletto, Obama ha già detto che stanzierà almeno $ 2 miliardi in aiuti umanitari ai profughi iracheni.

Energia e cambiamenti climatici

John McCain
"Assicurare un'aria pulita, un'acqua salutare, un'uso sostenibile delle terre ed ampie aree verdi dev'essere considerata una responsabilità patriotica" Con queste parole McCain si riferisce alla grave crisi ambientale in cui riversa il paneta e manifesta la sua intenzione di sviluppare nuove tecnologie energetiche, oltre ad implementare il ricorso all'energia nucleare e all'estrazione di petrolio a largo delle coste statunitensi in modo da diminuire la quantità di greggio importata. Il candidato repubblicano è inoltre convinto che sia "necessaria una soluzione globale per affrontare i cambiamenti climatici del paese" e per questa ragione discuterà ampiamente del tema con gli alleati.

Barack Obama
La lotta al cambiamento climatico è invece definita da Obama come "la sfida morale più grande della nostra generazione". Il democratico ha proposto un piano da $ 150 miliardi da stanziare in 10 anni per studiare i bio carburanti e promuovere l'energia rinnovabile. Ritiene di essere in grado di gettare le basi per migliorare del 50% entro il 2030 l'efficienza energetica del paese attraverso l'istituzione di programmi competitivi di prestiti finalizzati alla costruzione di edifici energeticamente efficienti. Obama, infine, afferma di voler creare un Global Energy Forum che riunirà i paesi che consumano grandi quantità di energia per discutere delle tematiche legate all'ambiente.

E' chiaro che la corsa alla Casa Bianca si giocherà su altri temi che a noi, osservatori esterni, tangeranno poco. Di fondamentale importanza saranno le proposte legate all'educazione (tema con il quale Gerge W. Bush vinse le elzioni per il suo primo mandato presidenziale) e all'assistenza sanitaria (quest'ultimo è storicamente un punto di forza dei democratici). I sondaggi davano, fino a qualche giorno fa, i due candidati appaiati dopo la grande rincorsa di McCain. Oggi, all'indomani della convention democratica, alcune agenzie hanno battuto la notizia che Obama avrebbe recuperato addirittura 8 punti percentuali. Ma i sondaggi, la storia insegna, lasciano davvero il tempo che trovano. Staremo a vedere cosa succederà nelle prossime settimane dopo, cioè, che anche i repubblicani avranno svolto la loro convention.

giovedì 28 agosto 2008

Senza conseguenze il dirottamento dell'aereomobile sudanese

Si è concluso senza conseguenze il dirottamento dell'aereo sudanese della compagnia Sun Air. E' infatti di oggi la notizia, annunciata da un responsabile libico, che i pirati dell'aria che hanno dirottato ieri un aereo sudanese verso la Libia, si sarebbero arresi e consegnati alle autorità locali. I dirottatori si sono arresi dopo negoziati con le autorità di Tripoli e sono stati trasferiti in una delle sale dell'aeroporto di Kufra. I pirati dell'aria avevano già liberato nella giornata di ieri tutti i passeggeri e tenevano in ostaggio solo i sei membri dell'equipaggio. Intanto le autorità sudanesi hanno chiesto alla Libia di arrestare i '"terroristi" e di consegnarli al Sudan.
L'episodio, che ha avuto inizio lo scorso 26 agosto, ha visto protagonista un Boeing 737 sudanese con 95 persone a bordo mentre che era in volo da Nyala (capoluogo del Darfur) a Karthoum. Il velivolo era stato fatto atterrare in Libia, ma i pirati dell'aria erano intenzionati a raggiungere Parigi. I dirottatori, almeno una decina, apparterrebbero ad un'ala minoritaria del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm), un gruppo ribelle del Darfur, guidato da Abdel Wahid Mohammed al-Nur, che attualmente vive proprio nella capitale francese. Quest'ultimo ha però smentito qualsiasi tipo di implicazione.
Secondo le agenzie, lo scopo principale del gesto sarebbe stato quello di rapire il governatore del Darfur del sud, Ali Mahmud. Ma il colpo non è riuscito in quanto Mahmud era partito da Nyala con un altro aereo. Questo è quanto emerso dalle prime indicazioni rilasciate dopo l'arresto da due dei componenti del commando, che non si sa ancora se siano o no ribelli del Darfur, come invece molti elementi fanno ritenere. A bordo dell'aereo erano presenti anche numerosi altri responsabili del Darfur che avevano partecipato nelle ore precedenti ad un convegno. Tra questi anche il capo della commissione per la distribuzione delle terre, Adam Abdel Rahman, e quello della commissione incaricata di soprintendere all'applicazione dell'accordo di pace di Abuja tra governo sudanese e la corrente maggioritaria del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm) nel 2006. L'episodio si è dunque concluso senza conseguenze.

mercoledì 27 agosto 2008

La crisi nel Caucaso: una breve analisi

Nelle ultime settimane si fa un gran parlare della crisi che ha travolto il Caucaso e il conflitto armato tra Russia e Georgia. Ma di chi sono le responsabilità dell'avvenuto? Dico sin d'ora che è difficile affibbiare le colpe a una sola delle parti e che forse la responsabilità è per questo da dividere tra Mosca e Tbilisi. Ma non vi è dubbio che il conflitto si sia svolto secondo i piani del Cremlino che non vuole in alcun modo rinunciare alla sua sfera d'influenza in quello che fu, un tempo, l'Impero Sovietico. Va sottolineato che la Georgia fu invasa dai bolscevici nel 1921 e da allora è di fatto entrata a far parte della sfera di influenza russa, venuta poi meno nei primi anni '90 e definitivamente affossata con l'elezione a capo del governo di Tbilisi del filo-occidentale Saakashvili. Quanto avvenuto nelle scorse settimane in Georgi, però, deve farci riflettere per molti motivi, tra cui il fatto che per la prima volta dalla caduta del Muro di Berlino, la Russia ha di fatto invaso un paese sovrano infrangendo una delle basilari regole del diritto internazionale.
Oggi la Russia, in seguito all'intervento armato, ha preso possesso del territorio dell'Abkhazia e dell'Ossezia del sud (quest'ultima scenario degli scontri), ha bloccato il porto georgiano di Poti affondando numerose navi, ha distrutto gran parte delle infrastrutture in vaste aree della Georgia ed ha occupato diverse città tra cui Gori (città natale di Stalin). Il 12 agosto scorso, dopo aver di fatto polverizzato il debole esercito georgiano, Mosca ha deciso di fermare la propria iniziativa. In quell'occasione il presidente russo Medvedev ha dichiarato che le "operazioni di ripristino della pace" si erano concluse e che l'aggressore (la Georgia, secondo il punto di vista del Cremlino) era "stato punito e le sue forze armate distrutte". Poche ore dopo queste affermazioni il premier russo ha ricevuto il presidente francese Nicholas Sarkozy ed ha firmato il cessate il fuoco da lui propostogli.
Ma quali sono i veri motivi della crisi? Non è sufficiente pernsare che Mosca abbia agito semplicemente per rovesciare il Governo del filo-occidentale Saakashvili o per punire il piano georgiano di adesione alla NATO. Il vero motivo è che il Cremlino intende riguadagnare il terreno perduto nel Caucaso alla luce della grande importanza geo-strategica della regione. Visti i forti legami di Tbilisi con l'Occidente, la Georgia è apparsa subito come il migliore dei bersagli da colpire. Si è così aperta una guerra indiretta con gli Stati Uniti (i principali alleati di Tbilisi). Ad una analisi attenta si può capire che Mosca sta cercando di tracciare una linea rossa di demarcazione dalla quale l'Occidente e la NATO farebbero bene a tenersi lontani.
Ma torniamo all'analisi del conflitto. Ad oggi, con fucili e mortai ancora fumanti, è impossibile stabilire con certezza chi abbia aperto le ostilità. E' altrettanto certo, però, che considerando l'entità e la rapidità dell'operazione russa, il copione del conflitto sia stato scritto per intero dal Cremlino. L'ostilità esistente tra Russia e Georgia non è certo una novità. Va però detto che l'evento che più di ogni altro ha contribuito a far precipitare nella tensione i due paesi è stata l'indipendenza del Kosovo. Ci si potrà chiedere cosa c'entri il Kosovo (così lontano da un punto di vista geografico) con questa questione. La risposta è presto data. L'indipendenza dello stato balcanico, infatti, ha creato un precedente non trascurabile dal punto di vista del diritto internazionale: il riconoscimento internazionale di una dichiarazione d'indipendenza unilaterale. Il Cremlino ha colto tale occasione per manifestare il proprio appoggio alle pretese dei movimenti separatisti di Abkhazia ed Ossezia del sud aumentando la tensione con Tbilisi. A causa di ciò, già la scorsa primavera si arrivò ad un passo dal conflitto russo-georgiano in Abkhazia, ma l'intervento militare fu scongiurato soprattutto a causa dell'organizzazione interna della regione separatista. La crisi si è poi lentamente spostata dall'Abkhazia all'Ossezia del sud, dove l'organizzazione interna della regione, invece, è estremamente scarsa (lo stato/regione è organizzato in piccoli villaggi osseti e georgiani facilmente coinvolgibili in guerra). Inoltre, come ha spiegato la giornalista russa Julia Latynina, l'Ossezia "è una joint venture tra ex generali del KGB ed un gangster osseto (Eduard Kokoity, attuale presidente del governo non riconosciuto dell'Ossezia nonchè ex funzionario sovietico) che approfittano del denaro proveniente dal Cremlino per combattere Tbilisi". Rimane comunque poco chiaro quale sia stato il vero casus belli e chi l'abbia creato. Il clima che si respira è però estremamente teso. A dinmostrazione di ciò troviamo le parole pronunciate da un deputato della Duma: "Oggi è chiaro quali siano le parti coinvolte nel conflitto. I responsabili sono Stati Uniti, Gran Bretagna ed Israele, che hanno contribuito all'addestramento dell'esercito georgiano, e l'Ucraina, che lo ha fornito di armi. Noi abbiamo reagito ad un'aggressione della NATO". Sembra quasi di sentir parlare il presidente iraniano Ahmadinejad, se non fosse per alcuni riferimenti geografici precisi. Le accuse lanciate, però, sono di una gravità incredibile e rischiano di far congelare le relazioni tra Russia ed Occidente con conseguenze che potrebbero essere catastrofiche.
E' chiaro che il conflitto in Georgia sia destinato ad isolare ancor di più la Russia cosa, questa, che finirà per rendere il paese sempre più aggressivo e nazionalista.

martedì 26 agosto 2008

Una situazione sempre più tesa a livello globale

Sono numerosi i momenti di tensione internazionale che si sono susseguiti nelle ultime ore. Negli Stati Uniti pare sia stato sventato un tentativo di attentato al candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali Barack Obama. La polizia di Denver ha arrestato almeno 3 persone sospettando -dice l'agenzia- che avessero l'intenzione di organizzare un attentato contro Barack Obama. Il Senatore dell'Illinois al momento non si trova a Denver, dove si é aperta ieri la convention del Partito Democratico americano. La Kusa-Tv (un'emittente locale) segnala che la polizia di Aurora, alla periferia di Denver, ha arrestato 3 persone legate ai movimenti suprematisti bianchi. Nel camioncino di uno degli arrestati sono stati trovati due fucili con il mirino telescopico.
Intanto, nel sub-continente indiano, la situazione si fa sempre più critica. In Pakistan, come annunciato nei giorni scorsi, la Lega Pachistana Musulmana dell'ex Primo Ministro Nawaz Sharif (rimosso nel 1991 proprio dal colpo di stato militare di Musharraf) ha deciso di abbandonare la maggioranza di governo del paese. Il partito ha annunciato che presenterà Saeed-uz-Zaman Siddiqui come proprio candidato alle elezioni presidenziali previste il prossimo 6 settembre, in concorrenza con il candidato già presentato dal Partito del Popolo Pachistano Asif Ali Zardari (vedovo di Benazir Bhutto). Contemporaneamente, in India, la violenza anti-cristiana continua a mietere vittime. Ancora una volta lo scenario è lo stato di Orissa (India Orientale). Secondo quanto riportato dall'agenzia indiana PTI due persone sarebbero state arse vive durante le violenze dei fondamentalisti indù. Monsignor Joseph Babu, portavoce della Conferenza episcopale indiana, ha dichiarato che una missionaria laica è morta nell'incendio appiccato ad un orfanotrofio. Un altro uomo, un laico di religione cristiana, è stato invece bruciato vivo durante l'ondata di violenze che è esplosa nella regione. Ora si teme per i circa 30 bambini ospitati nell'orfanotrofio di Phutpali i quali, una volta messi in salvo dalla giovane missionaria laica rimasta uccisa nel rogo, sarebbero fuggiti da soli nella foresta. Gruppi di volontari li stanno cercando.
Come se tutto ciò non fosse sufficiente, continuano a peggiorare le relazioni tra Russia ed Occidente. Nella giornata di ieri le agenzie russe hanno annunciato che Mosca non crede di riuscire a entrare nel Wto nei prossimi 12 mesi e avrebbe dunque deciso di iniziare colloqui con i maggiori partner dell'Organizzazione Mondiale del Commercio per congelare alcuni accordi che limitano l'economia del Paese. Oggi, invece, in risposta alle richieste del Presidente degli USA George W. Bush (il quale ha chiesto ufficialmente alla Russia di non riconoscere lo stato dell'Ossezia), il leader del Cremlino Dmitri Medvedev, in un discorso trasmesso in diretta dalle televisioni russe, ha annunciato di aver firmato il decreto per il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. Ma non è tutto. Il gen. Nogovitsin, vicecapo stato maggiore russo, ha dichiarato che "Mosca non ha ancora chiuso sul suo territorio il transito militare alla Nato verso l'Afghanistan, ma potrebbe farlo. Il nostro comandante supremo in capo (il presidente Medvedev) non ci ha detto di chiuderlo. Ha chiarito, però, che ciò potrebbe accadere perché sono state fatte numerose dichiarazioni dal Pentagono e da altri paesi su possibili sanzioni, come accadde nelle prime fasi della guerra fredda il primo giorno". Dichiarazioni, queste, che rischiano davvero di far piombare nel gelo le relazioni tra Occidente e Russia con conseguenze che, personalmente, non voglio neppure immaginare.

domenica 24 agosto 2008

Si concludono oggi i XXIX Giochi Olimpici dell'era moderna, ma...

Si concludono oggi i Giochi Olimpici di Pechino. Nonostante i numerosi timori della vigilia, tutto è proseguito nel migliore dei modi e gli esperti hanno addirittura definito l'evento memorabile dal punto di vista dell'organizzazione e della spettacolarità. Non vi sono dunque stati i temuti attacchi terroristici nè, tantomeno, eccessive manifestazioni di protesta per le ben note vicende legate ai diritti umani nel paese. Alla conclusione dei Giochi, però, non corrisponde la fine della ormai nota repressione in Tibet che aveva rischiato di causare il boicotaggio da parte di numerosi paesi occidenatali.
Il Dalai Lama, che in questi giorni è in visita a Parigi, ha accusato l'esercito cinese di "aver sparato contro la folla lunedì scorso nella regione di Kham" provocando, secondo le agenzie di stampa francesi, 140 morti. Secondo il Dalai Lama, dall'inizio delle proteste in Tibet, il 10 marzo scorso, "testimoni affidabili hanno riferito che nella sola regione di Lhasa (capitale del Tibet) 400 persone sono state uccise da colpi d'arma da fuoco". Tutto ciò è ancor più deploreveole se si considera che i manifestanti tibetani erano tutti disarmati.
Durante i giochi, inoltre, due fotografi dell'agenzia Ap sono stati fermati a Pechino mentre scattavano immagini di una protesta di un gruppo di attivisti pro-Tibet, come riferito da un giornalista della stessa agenzia. L'episodio è avvenuto nella notte tra il 13 e 14 agosto, quando il gruppetto ha cercato di srotolare uno striscione in favore del Tibet, come avvenuto anche in numerose altre occasioni durante i Giochi. I due fotografi, prima di essere rilasciati, si sono visti sequestrare le apparecchiature e le immagini scattate.
Oggi, intanto, a poche ore dalla chiusura dei Giochi, l'ANSA ha battuto un'agenzia che riferisce che 2.000 esiliati tibetani hanno manifestato a Kathmandu (Nepal) per l'indipendenza del Tibet. I dimostranti, tra i quali molti bambini e monaci con bandiere del Tibet e striscioni con slogan indipendentisti, sono sfilati in corteo per circa otto chilometri alla periferia della capitale nepalese. La polizia, pur presente in forze, si è limitata a controllare la situazione e non è intervenuta.
I riflettori su Pechino sono dunque in procinto di spegnersi, ma le violazioni dei diritti umani proseguono. C'è da augurarsi che il mondo non chiuda gli occhi e non faccia finta di non vedere. E' necessario che si trovi al più presto una soluzione prima che sia davvero troppo tardi. La Cina, infatti, pensa ormai da tempo alla costruzione di una ferrovia e di alcuni stabilimenti industriali in Tibet; ciò causerebbe una forte migrazione cinese verso la regione rendendo, di fatto, i tibetani una minoranza a casa loro.

sabato 23 agosto 2008

La crisi georgiana spacca il Consiglio Russia-NATO

Non è ancora chiaro se la situazione in Georgia stia giungendo ad una soluzione pacifica. Negli ultimi giorni, infatti, sono numerose le notizie e le smentite che si susseguono. Quel che è certo è che i rapporti tra Russia e Occidente (sembra di essere tornati ai tempi della Guerra Fredda, ma di fatto non si tratta solo delle relazioni Russia-Usa ma anche di quelle Russia-UE) si sono rapidamente deteriorati raggiungendo un gelo senza precedenti dalla caduta del Muro di Berlino.Giovedì scorso, infatti, il Governo di Mosca ha annunciato di sospendere la cooperazione militare con i Paesi della Nato. A comunicarlo alla stampa è stato il portavoce dell'Alleanza Atlantica Carmen Romero affermando che "il ministro della Difesa della Federazione russa ha preso la decisione di fermare le attività di cooperazione militare internazionale tra la Russia e i Paesi della Nato, fino a nuovo avviso", aggiungendo di non avere informazioni sulle conseguenze della decisione nè, tantomeno, se riguarderà anche l'accordo di transito per l'Afghanistan. A nulla paiono servire le richieste dei ministri degli esteri europei guidati dal nostro Franco Frattini il quale auspica che la Russia riveda la sua posizione e non fermi la collaborazione militare con la Nato, che il capo della Farnesina considera "indispensabile" per la sicurezza comune. Il ministro degli Esteri italiano si dice "convinto che per l'Italia, l'Europa e la Nato la collaborazione militare con la Russia sia indispensabile. Ne va della nostra sicurezza nei tanti scenari di crisi a partire dall'Afghanistan fino alla questione del nucleare iraniano".
Ma proprio sul tema della stabilità internazionale, è di pochi giorni fa la notizia secondo cui la Federazione russa si è dichiarata pronta a fornire nuovi armamenti alla Siria di Assad. Ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. Il capo della diplomazia di Mosca ha dichiarato che il Cremlino "é pronto a esaminare la domanda siriana a proposito dell'acquisto di nuovi tipi di armamenti" emersa in occasione dell'incontro tenutosi a Soci con il presidente siriano Bashar al-Assad. Contemporaneamente, in un'intervista apparsa sul quotidiano Kommersant, al-Assad si é detto pronto ad ospitare anche i nuovi complessi missilistici russi Iskander. Quest'ultima notizia pare voler controbilanciare l'annuncio dell'accordo tra USA e Polonia per l'installazione di una base missilistica statunitense in territorio polacco.
Pare dunque che si stia tornando ad un livello di tensione internazionale che ricorda molto i tempi della Guerra Fredda e che l'esperienza avviata il 28 maggio 2002 a Pratica di Mare (alle porte di Roma) con la creazione del Consiglio Russia-Nato, sia giunta al capolinea.

giovedì 21 agosto 2008

Sempre più tesa la situazione in Pakistan

Il presidente del Pakistan Pervez Musharraf ha annunciato, il 18 agosto scorso, le sue dimissioni parlando alla televisione. In quell'occasione Musharraf ha detto che contro di lui "il governo ha lanciato accuse false per giustificare l'impeachment nei suoi confronti" aggiungendo di aver agito "in assoluta buona fede" nell'affrontare le sfide interne al paese sviluppandone anche l'economia. Musharraf ha spiegato anche che la sua rinuncia all'incarico non deve essere considerata una sconfitta, ma un gesto fatto "nell'interesse del Pakistan e del popolo", come riferito dallo stesso presidente dimissionario alla televisione pachistana Geo News. Il Governo di Islamabad si è impegnato a fornire adeguate misure di sicurezza all'ex presidente.Ma neppure le dimissioni di Musharraf hanno riportato la situazione alla calma. Continuano infatti le proteste di numerosi esponenti della maggioranza di governo del paese. E' proprio di oggi la notizia che Sharif, leader del secondo partito pakistano, potrebbe abbandonare la maggioranza se i giudici allontanati nelle scorse settimane da Musharraf non verranno reintegrati entro domani. Sharif, Presidente della Lega Pachistana Musulmana, ha addirittura ipotizzato l'uscita dalla coalizione di governo. "Se i giudici allontanati da Musharraf non torneranno al loro posto sarà un brutto giorno per la democrazia" ha detto Sharif. "In quel caso - ha concluso - noi non avremmo altra scelta che lasciare la coalizione di maggioranza e stare all'opposizione".
Il problema più grande è che non si tratta di una semplice crisi politica fine a sè stessa. In un paese instabile come il Pakistan, infatti, le ripercussioni delle tensioni politiche si traducono spesso in gesti folli tra i membri della comunità pachistana. Non è dunque un caso se le agenzie, poco dopo aver battuto le dichiarazioni di Sharif, hanno dovuto annunciare l'ennesino attentato suicida nel paese. Una duplice esplosione ai cancelli di una fabbrica d'armi, ha causato 20 morti tra gli operai che si stavano apprestando ad uscire dal lavoro. Alcuni testimoni oculari hanno dichiarato che un uomo si è fatto esplodere e che poi sarebbe seguita una seconda esplosione. Le esplosioni si sarebbero verificate al momento del cambio di turno degli impiegati della fabbrica nella zona di Wah Cantt non lontano dalla capitale Islamabad. L'auspicio è che non vi siano collegamenti con quanto sta avvenendo nel paese da un punto di vista politico. E' infatti interesse del mondo intero che il Pakistan si ristabilisca al più presto onde evitare che il proprio governo, indebolendosi eccessivamente, possa cadere preda dell'integralismo di matrice islamica. Si tratta della crisi politica più grave per il Pakistan dai tempi dell'omicidio di Benazir Bhutto lo scorso dicembre che portò al rinvio delle elezioni ed a momenti di altissima tensione. Mi auguro che non si ripetano le violenze che caratterizzarono quel periodo, ma il fatto che si stiano verificando atti di violenza sia in India che in Pakistan non annuncia nulla di buono.

lunedì 18 agosto 2008

Cresce nuovamente la violenza anti-cristiana in India

Solo l'altro ieri ho scritto di Gandhi e della sua dottrina dell'anti-violenza e già oggi sono costretto ad apprendere dall'agenzia ANSA che in India si è verificato l'ennesimo atto di intolleranza contro i cattolici. Un padre carmelitano, Thomas Pandippallyil, 38 anni, è stato assassinato la notte del 16 agosto nello stato indiano dell'Andhra Pradesh. Come comunicato dall'arcivescovo di Hyderabad, Joji Marampudi, segretario della conferenza episcopale dell'Andhra Pradesh, si sta manifestando un crescente clima di "violenze contro i cattolici nel Paese". La notizia assume una grossa importanza soprattutto alla luce del fatto che non si tratta di un caso isolato, ma dell'ennesimo gesto di intolleranza religiosa nella patria della satyagraha (la campagna di disobbedienza civile non violenta di massa).
La memoria corre al dicembre scorso quando si registrò probabilemte il più grave momento di intolleranza anti-cristiana. In quell'occasione le violenze, rivendicate dal Vishva Hindu Parishad (Vhp), un’organizzazione fondamentalista indù, si svolsero nella città di Orissa. Tre persone furono uccise, 13 chiese bruciate, 2 case parrocchiali distrutte, con decine di feriti (molti dei quali in gravissime condizioni), un orfanotrofio cristiano vandalizzato, treni bloccati per ore, auto della polizia bruciate: questo fu il bilancio dell’ondata di violenza che sconvolse le festività natalizie nella città indiana. Questo lascia a dir poco sconcertati, proprio per i fondamenti della religione indù che è sempre stata riconosciuta quale la più tollerante e pacifica del mondo. Scorrendo alcuni dei testi sacri agli indù, infatti, emergono costantemente i principi di tolleranza e di non-violenza; principi che ricordiamo bene anche per i famosi comportamenti e discorsi tenuti da Gandhi ai tempi in cui l’India era ancora colonia britannica. Ma torniamo ai fatti di Orissa. Il casus belli che ha dato il via agli scontri è stato identificato proprio con la volontà della minoranza cristiana residente nell’area di celebrare il Natale. Tutto ha avuto inizio il giorno della vigilia di Natale quando un leader locale del Vhp, l’80enne Swami Lakhananda Sarswati, insieme alle sue guardie del corpo, ha visitato una zona cristiana, dove i fedeli avevano issato nuovamente delle tende per la celebrazione del Natale dopo che alcuni giorni prima 300 membri del Vhp le avevano distrutte. L’indesiderata visita del leader del Vhp, ovviamente estremamente provocatoria, ha fatto sì che ne scaturisse un litigio abbastanza acceso. Ad aggravare la situazione ci hanno pensato i media i quali hanno dipinto la contestazione a Swami Lakhananda Sarswati come un vero e proprio attacco della comunità cristiana al leader indù. Ciò si è tradotto in una giornata di sciopero indetta dagli stessi membri del Vhp in tutta l’area di Orissa. Questo “sciopero” ha fatto sìche la situazione precipitasse e, nel vicino distretto di Phulbani, si è rapidamente scatenato l’inferno. Molti membri del Vhp, impugnate le armi da fuoco, hanno attaccato 13 chiese, proibendo ai cristiani di celebrare il Natale e, sparando sulla folla dei fedeli, hanno causato tre morti. I feriti sono decine e almeno 3 di loro sono in condizioni gravissime. Gli scontri sono continuati anche nella giornata di Natale e, cosa questa ancor più grave, pare che le forze dell’ordine, secondo alcune testimonianze, non siano intervenute. Ci troviamo dunque di fronte agli ennesimi gesti di intolleranza religiosa, questa volta ad opera di una delle comunità che, nell’immaginario comune, rappresenta il pacifismo nella sua forma più pura. Invece pare proprio che i movimenti indù siano tutt’altro che tolleranti e pacifisti. Proprio in questi giorni, infatti, la All India Christian Council ha stilato una lista delle violenze subite negli ultimi giorni ad opera del fanatismo indù: 1) A Daringabadi, un ufficio della World Vision of India (protestante) è stato bruciato; i documenti dell’ufficio sono stati distrutti, insieme ad una jeep e a 7 motociclette. 2) A Ballinguda, 5 chiese sono state danneggiate. Fra esse vi sono una chiesa battista, una cattolica, una pentecostale e un convento di suore cattoliche. Mobili, altoparlanti, microfoni, tende sono stati bruciati. Vandalizzata anche una scuola di informatica. I membri del Vhp hanno bloccato una liturgia in una chiesa battista. 3) A Nuagam le chiese dei villaggi di Kdupakia, Sirtiguda, Gosukia e Jangungia sono state assalite: mobili, proprietà ed oggetti liturgici distrutti. 4) A Chakapad, una chiesa è stata incendiata mentre al suo interno si teneva una celebrazione. Alcuni fedeli sono rimasti gravemente feriti. 5) A Phringia, una chiesa cattolica è stata distrutta da una bomba lanciata dai fondamentalisti. Il pastore protestante Junas Digal è stato rasato a zero, trascinato in un tempio indù e costretto a inginocchiarsi davanti alle divinità indù. 6) A Raikia, decine di negozi appartenenti a cristiani sono stati distrutti. I gruppi del Vhp, imbracciando delle armi, hanno presidiato le strade per tutta la giornata di ieri, ordinando ai cristiani di rimanere in casa. 7) A Phulbani, è stato vietato a cattolici e battisti di celebrare il Natale nelle loro chiese. Un orfanotrofio retto da un sacerdote cattolico è stato attaccato e 3 veicoli sono stati bruciati. La scuola del Carmelo a Phulbani ha subito violenze e i bus della scuola sono stati distrutti e bruciati. Molti cristiani denunciano l’inerzia dei poliziotti. Ma a Phulbani e Tikabali la folla dei fondamentalisti ha preso di mira anche loro: una stazione di polizia e un posto di blocco sono stati bruciati, insieme a una jeep per le ispezioni. Anche la casa del ministro Padmanabh Beheras è stata attaccata. Un vasto numero di treni ha subito ritardi a causa di un sit-in di 4 ore inscenato dal Vhp sui binari e sulle autostrade di Cuttack, Balasore, Bubaneshwar e Bhadrak. Il commissario Satyabrata Sahu ha dichiarato di aver imposto il coprifuoco a Phulbani, Baliguda, Daringibadi e Brahmanigaon, ma la situazione non è ancora tornata alla normalità. Nel distretto di Phulbani vi sono circa 100 mila cristiani su una popolazione di 650 mila. L’Orissa è uno stato dove il fondamentalismo nazionalista indù è molto forte. Dal 1968 vi è una legge anti-conversione, che blocca la missione dei cristiani. Nel 1999 il missionario australiano Graham Staines e i suoi due figli sono stati uccisi e bruciati nella loro auto. Sempre nel ’99, fu ucciso un altro sacerdote (cattolico), Arul Doss.
La notizia dell'uccisione di Padre
Thomas Pandippallyil, dunque, non è che l'ennesima dimostrazione di come l'odio religioso riesca a farla da padrona anche in India. Tutto ciò è estremamente preoccupante soprattutto perchè, va a completare il mosaico dello scontro tra civiltà teorizzato dal politologo statunitense Samuel P. Huntington che rischierebbe di portare a frizioni tali da spingerci sull'orlo di un conflitto senza precedenti. Forse, speriamo, si tratta solo di fantapolitica.

sabato 16 agosto 2008

Ghandi parla di differenze tra i popoli

“In questi giorni è stato ritrovato l’audio completo di un discorso inedito di Gandhi: oggi più che mai, un omaggio alla riflessione di tutti”. Così citava, nei giorni scorsi, lo spot di Telecom Italia che annunciava la pubblicazione su gran parte dei quotidiani nazionali, nonché sul sito internet www.avoicomunicare.it, della trascrizione del discorso tenuto da Gandhi a New Delhi il 2 aprile 1947 in occasione della Conferenza delle Relazioni Interasiatiche.Ho letto attentamente il documento e devo dire che, al di là dei numerosi spunti filosofici riscontrabili nel testo, i concetti sono decisamente pochi. Forse mi ero creato troppe aspettative dovute alla curiosità che lo spot pubblicitario aveva scaturito in me. Il testo, tradotto da Tara Gandhi Bhattacharjee (nipote di Mahatma), trasmette apertamente la filosofia della non-violenza di cui il leader indiano è stato il massimo esponente, ma al contempo parla con ostilità dell’Occidente che dipinge come un area da conquistare (“non attraverso la vendetta”). E’ chiaro che bisogna interpretare il discorso considerando sia l’occasione (la Conferenza delle Relazioni Interasiatiche) sia il momento storico (1947) in cui fu pronunciato. Erano ormai milioni i seguaci di Gandhi impegnati nella satyagraha (la campagna di disobbedienza civile di massa) e la Gran Bretagna si stava apprestando a rendere indipendente il territorio indiano. Era infatti il 15 agosto 1947 quando l'India ottenne l'indipendenza dalla Gran Bretagna, ma fu divisa nel Dominion dell'India (a maggioranza indù) e il Dominion del Pakistan (a maggioranza musulmana) in conformità alla volontà della Lega Musulmana. Proprio questo evento fu l’inizio della fine per Mahatma Gandhi. Infatti fu proprio a causa delle nuove frizioni che si vennero a creare tra il neonato stato indiano e il Pakistan (anch’esso neonato) che lo statista indiano venne ucciso. Il 30 gennaio 1948, presso la Birla House, a New Delhi, mentre si recava nel giardino per la consueta preghiera ecumenica delle ore 17, Gandhi viene assassinato con tre colpi di pistola dal fanatico indù radicale Nathuram Godse. Quest’ultimo riteneva Gandhi responsabile dei presunti cedimenti al nuovo governo del Pakistan e alle fazioni musulmane, non da ultimo il pagamento del debito dovuto al Pakistan. Gandhi, in conformità alla sua ideologia, infatti, riteneva possibile la convivenza pacifica con il vicino islamico, ritenendo che le differenze etno-religiose potessero essere superate grazie alle affinità culturali tra i due popoli che per decenni avevano convissuto sotto il dominio britannico. Ma così non fu e non è tuttora (basti pensare alle continue frizioni legate alla questione Kashmir e alle 4 guerre indo-pakistane). Nel discorso in questione, comunque, sono estremamente interessanti i richiami alla culla della civiltà identificata con il continente asiatico. In questa affermazione mi trova tutto sommato d’accordo. Basti infatti pensare, come lui stesso sottolinea nel corso del discorso, che le grandi religioni monoteistiche sono nate proprio in Asia (Israele/Palestina) e che anche le scienze hanno ricevuto enormi contributi dall’Oriente basti pensare alla scuola di Zoroastro e dei suoi seguaci. Concludo riportando una bella frase pronunciata da Tara Gandhi nel commentare la trascrizione del discorso del Mahatma: “il coraggio di Gandhi ha ispirato l’amore e la fiducia negli altri. La verità, l’audacia e la compassione saranno sempre rilevanti, e oggi ne abbiamo disperatamente bisogno”. Queste poche parole racchiudono tutta l’essenza di Mahatma Gandhi e, al contempo, sottolineano i problemi maggiori che affliggono la società moderna.

mercoledì 13 agosto 2008

La Berlusconi-mania contagia anche gli Stati Uniti

Sul settimanale statunitense Newsweek di questa settimana è apparso un'articolo alquanto atipico per la stampa straniera in genere. Si tratta di un vero e proprio elogio all'operato del Governo di Silvio Berlusconi nei suoi primi 100 giorni di attività. Parlo di atipicità in quanto, avendo viaggiato molto, ho notato che all'estero il nostro premier era sempre stato dipinto come una sorta di leviatano che minacciava la democrazia italiana. Finalmente qualcuno inizia a ricredersi e Jacopo Barigazzi, autore dell'articolo in questione, è il primo a farlo in maniera così esplicita. Già il titolo è alquanto eloquente: "Miracolo in 100 giorni". Il giornalista spazia dall'emergenza rifiuti a Napoli fino ad arrivare alla questione sicurezza che il Governo italiano è intenzionato a risolvere al più presto, sottolineando come ritenga al limite dell'incredibile il fatto che un esponente politico riesca ad avere una percentuale di approvazione del 55% a 100 giorni dalla sua elezione (in questo Berlusconi, attualmente, non ha pari a livello continentale).
Newsweek ricorda uno dei suoi primi atti: far approvare il lodo Alfano. "Non è passato inosservato che questa legge presentasse un possibile conflitto d'interessi" (anche se, personalmente, non ritengo che questo sia vero!) aggiunge l'articolo "ma gli italiani si sentono troppo poveri per farci caso". Vogliono sicurezza, "E Berlusconi la fornisce - si legge - con una competenza da mano di ferro in guanto di velluto". Quello della sicurezza, infatti, è uno dei temi che sta più a cuore agli italiani; lo dimostra l'enorme successo elettorale ottenuto dalla Lega di Bossi, che ne ha fatto uno dei suoi maggiori cavalli di battaglia. E Berlusconi è ben cosciente di ciò. Non a caso ha deciso di affidare il Ministero dell'Interno proprio al leghista Maroni il quale, coadiuvato anche dal ministro della difesa La Russa, sta svolgendo un eccellente lavoro dimostrando di andare nella direzione giusta.
Le tattiche del Governo italiano, secondo il giornalista di Newsweek, "possono dare a Berlusconi la capacità di manovra per affrontare alcuni tra i più gravi problemi che affliggono il Bel Paese: le tasse troppo elevate, i salari eccessivamente bassi e le difficoltà legate al debito pubblico impazzito.
L'articolo è integralmente disponibile sul sito internet del settimanale statunitense (link diretto http://www.newsweek.com/id/151669) dove è possibile anche lasciare commenti e leggere le impressioni degli altri lettori. Una cosa è certa: finalmente all'estero si sta iniziando a giudicare Berlusconi più per il suo operato che per ciò che rappresenta. Tutto ciò è la miglior dimostrazione del fatto che il Governo italiano si sta muovendo nella giusta direzione e che presto noi tutti ne raccoglieremo i frutti.

domenica 10 agosto 2008

Nuova crisi nel Caucaso: è guerra aperta nell'Ossezia meridionale

L’8 agosto 2008 non sarà ricordato solo per l’apertura delle Olimpiadi di Pechino, ma anche per la rottura della tregua tra forze armate georgiane e l’esercito irregolare delle forze separatiste dell’Ossezia meridionale. Il Caucaso è infatti tornato alle cronache per i violenti scontri che si stanno verificando nella regione. Ad aggravare la situazione anche l’intervento armato della Russia che ha di fatto aperto le ostilità tra i governi di Mosca e di Tbilisi, i cui rapporti erano tesi ormai da tempo in seguito all’elezione del georgiano Mikheil Saakashvili, dichiaratamente atlantista ed anti-russo. L'Ossezia è una regione storica del nord del Caucaso, al confine tra Russia e Georgia, oggi amministrativamente divisa in Ossezia del Nord (denominata anche "Alania", sotto amministrazione russa) ed Ossezia del Sud (in Georgia, palcoscenico degli scontri). L’Ossezia era balzata alle cronache già nel 2004 per la strage di Beslan, dove un gruppo di integralisti islamici Ceceni mise a segno un sequestro che costò la vita centinaia di persone, fra le quali 186 bambini, ed oltre 700 feriti (oltre ai 32 ribelli protagonisti). In quell’occasione, però, si trattava dell’Ossezia del nord, ovvero di territorio russo, e le motivazioni che causarono l’attacco terroristico, di carattere per lo più religioso, furono del tutto diverse rispetto a quelle che muovono i separatisti osseti oggi. Dietro le rivendicazioni etniche (il movimento separatista dell’Ossezia del sud è filo-russo), infatti, si nascondono in realtà motivazioni di carattere economico, considerando l’importanza geo-strategica della regione ed il fatto che sul territorio in questione passano numerosi oleodotti e gasdotti di importanza mondiale (va sottolineato che gli Osseti parlano l’osseto, lingua iranica correlata al persiano, con forti influenze del georgiano e del turco. Se troviamo una differenza etnico-linguistica, però, non ne troviamo da un punto di vista religioso, storicamente il maggiore dei pretesti per muovere guerra, infatti la maggioranza degli Osseti, sia dell'Ossezia meridionale che settentrionale, sono fedeli alla Chiesa Ortodossa Orientale). Come afferma un’agenzia del 7 agosto le forze georgiane e i separatisti dell'Ossezia meridionale hanno rotto la tregua solo poche ore dopo la decisione sull'avvio dei negoziati. A pochi minuti dalla rottura della tregua il generale Mamuka Kurachvili ha dichiarato alla televisione georgiana che “il governo georgiano ha deciso di restaurare l'ordine costituzionale nella zona del conflitto”, e contemporaneamente il presidente osseto Eduard Kokoity, dopo aver detto che sono in corso “violenti combattimenti”, ha definito “l'assalto” su Tskhinvali (la capitale osseta) un'azione “perfida e vile”. Nel primo giorno di combattimenti si sono registrate 15 vittime, ma il numero è destinato ad aumentare, considerando che il conflitto ha visto l’intervento armato anche della Russia che sta utilizzando anche l’aeronautica. Gli Stati Uniti non stanno a guardare ed hanno chiesto la fine dei combattimenti, invitando all'apertura di negoziati tra le parti. Ma la Russia non pare voler fare un passo indietro ed il presidente russo Dmitri Medvedev ha convocato una riunione per discutere delle “misure di emergenza” da intraprendere. Nel frattempo la capitale sud osseta Tskhinvali è invasa dalle colonne di blindati russi che hanno approfittato del ripiegamento dell’esercito georgiano che ha di fatto abbandonato la regione. Mentre l’Occidente continua a condannare la reazione eccessiva del governo di Mosca, il Presidente russo Dimitri Medvedev giustifica l’intervento affermando che l’operazione militare è finalizzata a “'costringere la parte georgiana alla pace”. Ma quel che conta è che le ostilità si stanno inasprendo e continuano provocando, tra le altre cose, una migrazione di massa dovuta alle migliaia di profughi che fuggono le ostilità. Questa mattina, inoltre, navi da guerra russe sarebbero arrivate sulla coste georgiane del Mar Nero per imporre un blocco navale finalizzato ad impedire l’eventuale approvvigionamento di armi all’esercito di Tbilisi acuendo lo scontro tra i due paesi. Proprio a tal proposito la Georgia ha chiesto ufficialmente agli Stati Uniti di assumere funzioni di mediazione nella crisi con la Russia, come ha riferito il segretario del Consiglio di sicurezza.
Preoccupa molto, dunque, quanto sta avvenendo in Caucaso, soprattutto alla luce del fatto che la regione continua a dimostrarsi estremamente instabile a causa dei numerosi interessi economici che ruotano attorno all’area. Il rischio concreto è che le ostilità possano allargarsi a macchia d’olio, considerando le numerose scaramucce che si verificano continuamente tra paesi filo-russi e paesi filo-occidentali ai quali si aggiunge, spesso, la questione etnico-religiosa (vedi Cecenia). Solo per portare un esempio, l’Ucraina vuole impedire il rientro in Crimea delle navi russe dislocate al confine marittimo georgiano problema, anche questo, che rischia di aggravare la situazione. Ci troviamo, dunque, davanti ad una vera e propria polveriera nella quale tutte queste scintille rischiano di fare esplodere un conflitto di enorme portata. Speriamo che ciò non avvenga.

venerdì 8 agosto 2008

Inaugarati i XXIX Giochi Olimpici dell'era moderna

Mentre scrivo a Pechino si sta svolgendo la cerimonia d’apertura dei XXIX Giochi Olimpici dell’era moderna. Una cerimonia blindata, a causa dei recenti attentati compiuti ad opera degli integralisti islamici (che il governo di Pechino si limita a definire agitatori), ma altrettanto spettacolari con una giusta commistione tra tradizione e modernità.
Tutto ha avuto inizio con un conto alla rovescia che ha dato il via ad una serie di giochi pirotecnici che hanno collegato idealmente Piazza Tienanmen allo stadio a forma di nido d’uccello tanto vicini da un punto di vista geografico quanto distanti da un punto di vista di memoria storica. Dopo un bellissimo spettacolo che ha visto protagonisti oltre 2000 percussionisti è stata la volta dell’orgoglio nazionale, con 56 bambini rappresentanti delle altrettante etnie riconosciute dal governo pechinese che hanno consegnato la bandiera della Repubblica Popolare ad alcuni rappresentanti dell’esercito, elemento essenziale del governo cinese (è considerato l’esercito più grande del mondo con oltre 2 milioni e mezzo di soldati). Il tutto è avvenuto sotto gli occhi attenti del presidente Ju Jintao il quale, insolitamente, si è lasciato scappare anche un sorriso.
Tutto pare essere stato curato nei minimi dettagli, soprattutto perché per la Cina questi Giochi rappresentano l’opportunità per il paese di dimostrare al mondo intero di essere un paese moderno e all’avanguardia e di essere in procinto di diventare la prima potenza mondiale. Al contempo, come affermato dal Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, è auspicabile che questo evento possa favorire degli spiragli di libertà in quello che continua ad essere, nonostante tutto, una dittatura comunista. Danza, musica e recitazione, dunque, la stanno facendo da padrona in questa cerimonia di apertura, ma non vorrei che tutto ciò contribuisca a porre in secondo piano un problema che affligge la Repubblica Popolare Cinese: il non rispetto dei diritti umani. La Cina, infatti, si continua a macchiare di crimini terribili contro l’umanità; dalla mancanza di libertà d’espressione e d’opinione ai noti fatti legati alla libertà religiosa in Tibet.
Questi Giochi saranno sicuramente spettacolari sotto molti punti di vista, ne sono certo, ma non possono cancellare quanto stia avvenendo in quel paese così lontano ma, in fondo, così vicino a noi. La Cina vincerà sicuramente tantissime medaglie (sono anni che si sta preparando all’evento) ma non vorrei che vincesse anche “l’olimpiade della repressione”: questo sarebbe inaccettabile.

mercoledì 6 agosto 2008

La Cassazione indica come “grave errore” l’arresto del padre di Gravina

Oggi voglio proporre una intervista che avevo curato ormai un paio di mesi fa per la testata per la quale scrivo (L'Opinione n.d.r.) ma che non è mai stata pubblicata. Proprio ieri su queste colonne ho manifestato il mio malcontento per l'eccesso di giustizialismo presente nel nostro paese e per la furiosa necessità di indicare immediatamente un colpevole. Ho dunque ricercato tra le mie scartoffie l'intervista ad uno dei personaggi citato proprio ieri: Filippo Pappalardi.
In seguito all’annullamento dell’ordine di arresto emesso nei suoi confronti, ho infatti incontrato Filippo Pappalardi che si trovava a Bellaria in visita alla sorella, residente nella città rivierasca da qualche tempo. Il volto scavato dalla sofferenza e gli occhi lucidi al solo pensiero dei figli Francesco (13 anni) e Salvatore (11) meglio noti al pubblico come Ciccio e Tore i cui corpi sono stati ritrovati in una cisterna nel centro di Gravina lo scorso 25 febbraio ad oltre 20 mesi dalla loro scomparsa. La sua vicenda è tornata alla ribalta soprattutto dopo che la Corte Suprema ha definito in dieci pagine “un grave errore arrestarlo” ed Enrico Mentana lo ha voluto ospite alla trasmissione Matrix per raccontare la sua vicenda. Si tratta dell’ennesimo caso di mala-giustizia, del trionfo del giustizialismo sul garantismo.
Le hanno mosso accuse terribili che si sono poi rivelate infondate. Che cosa ha provato?
“Non mi sono mai preoccupato troppo di quello che dicevano i media, anche se il fatto che spesso fossero informati prima loro di me mi ha lasciato alquanto sconcertato. Il mio unico pensiero era rivolto ai miei figli Ciccio e Tore che speravo potessero essere vivi. Non ho smesso di aspettarli neppure per un minuto, neanche quando ero chiuso in cella e la sola speranza di rivederli mi dava la forza per andare avanti e sopportare tutto quello che mi stava accadendo ingiustamente. Il 25 febbraio, però, sono morto con loro”.
Come ha appreso la notizia del ritrovamento dei corpi?
“Ero rinchiuso nel carcere di Velletri ed è stato guardando il telegiornale che ho appreso la notizia. E’ stata la prima volta che mi sono sentito
impotente e che ho preso coscienza di essere rinchiuso in un carcere perché non potevo correre da loro. Mi sono messo il lenzuolo sulla faccia ed ho iniziato a piangere”.
Il suo avvocato, Angela Aliani, ha chiesto giustamente un risarcimento per il torto subito.
“Lascio decidere al mio avvocato anche per i torti subiti dai miei parenti, personalmente non mi interessa; questo non potrà certamente ridarmi i miei figli. Pensi che non mi hanno dato neppure la possibilità di vederli all’obitorio per abbracciarli un’ultim
a volta. Più che altro provo tanta rabbia perché in carcere sono stato trattato come il peggiore dei criminali e perché sono stato spiato e spesso le mie parole sono state stravolte dai mass media, soprattutto quelle delle intercettazioni telefoniche”.
C’è qualcosa che non le è chiaro dell’intera vicenda?
“Personalmente penso che i miei figli quel 5 giugno non fossero soli, ma fossero in compagnia di qualche amico. Ma per quale motivo nessun
o a parlato? Questa è la domanda che più di tutte mi assilla”.
A breve partirà per un pellegrinaggio a Medjugorje. Ha una fede molto forte.
“Sì. Andrò a pregare soprattutto per i miei figli. Ho anche consegnato una foto a mia sorella che la porterà a
Lourdes. Prego i miei figli di perdonarmi perché non sono stato capace di salvarli e nonostante questo loro hanno salvato me”.

martedì 5 agosto 2008

Il misterioso delitto di Garlasco

Oggi gli avvocati della difesa di Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara Poggi che ad oggi è l'unico indagato per l'omicidio della giovane ragazza avvenuto il 13 agosto scorso a Garlasco (PV), hanno depositato alla Procura di Vigevano la relazione tecnico-scientifica che punta a dimostrare l’innocenza del giovane ingegnere. La relazione afferma che "dopo l'aggressione il corpo di Chiara è stato spostato da almeno due persone", e contesta le risultanze sulle tracce di sangue sul pavimento, sugli stipiti e sulle pareti della villetta teatro del delitto. Per questa ragione la difesa chiede l’archiviazione per Alberto. L’omicidio di Chiara è certamente, a detta degli esperti, un caso difficile, ma non si tratta certamente di un delitto perfetto. L’assassino (o, a questo punto, gli assassini) ha infatti lasciato qualche traccia. I carabinieri del Ris di Parma, a cui furono assegnati i primi rilevamenti sulla scena del crimine, hanno trovato tre impronte di scarpa da ginnastica intrisa di sangue e resti ematici nelle tubature della doccia del bagno a pian terreno (ciò a testimonianza del fatto che l'omicida si sia lavato prima di fuggire). Sono apparsi però numerosi, sin dai primi giorni, i tasselli che non combaciano col resto del quadro. Il più evidente riguarda la penultima telefonata fatta da Alberto a casa Poggi. Dai tabulati, infatti, risulta che qualcuno ha alzato la cornetta per qualche secondo, ma a detta degli esperti in quel momento Chiara doveva essere già morta.
Ma allora per quale motivo, se venissero confermati i fatti citati nella
relazione tecnico-scientifica della difesa, si è immediatamente puntato il dito contro Stasi? In Italia, purtroppo, vi è la tendenza a voler indicare immediatamente un colpevole, spesso senza averne neppure le prove. E' stato il caso, giusto per citare un esempio, dell'omicidio del piccolo Tommy, quando il primo indagato risultò essere il padre, poi risultato totalmente estraneo ai fatti. Stessa cosa avvenne per Ciccio e Tore, i due bambini di Gravina poi ritrovati in un pozzo. Continua dunque a prevalere la linea giustizialista che, però, rischia semplicemente di rovinare la vita a persone innocenti. non sto dicendo che Stasi sia innocente, non me lo sognerei mai, ma se lo fosse credo che si sia perso un sacco di tempo nella direzione sbagliata e si sia infangata la reputazione di una persona innocente (questo a causa soprattutto della gogna mediatica a cui si viene sottoposti in casi come questo).
Non vi è dunque ancora una risposta chiara e definitiva alla domanda più importante: chi ha ucciso Chiara Poggi?

domenica 3 agosto 2008

Le relazioni tra Italia e Libia. Come ristabilire il rapporto privilegiato.

Le relazioni tra Italia e Libia, che proseguono tra alti e bassi da oltre 39 anni, non paiono trovare un punto di equilibrio destinato a far stabilizzare e perdurare i rapporti tra i due paesi. Nonostante ciò, l’Italia e la Libia hanno sempre avuto tra loro rapporti privilegiati non solo a causa di un passato storico comune (che è comunque anche causa di divisione e contrasto), ma anche grazie ai forti legami commerciali che hanno saputo resistere anche nei momenti di aspra contrapposizione. Va sottolineato che il ruolo della Libia è di fondamentale importanza per l’Italia che vi dipende soprattutto per le risorse energetiche (petrolio, soprattutto). A ciò si aggiunge il ruolo della Libia nella politica di sicurezza del Mediterraneo. Gheddafi è stato infatti sempre considerato, anche se a fasi alterne, una figura stabilizzante nella regione, prima in funzione anti-sovietica (negli anni ’70 l’anti-imperialismo libico era tutto sommato un baluardo contro l’espansionismo del blocco orientale), oggi in funzione anti-integralista (il laicismo del regime libico è un naturale strenuo oppositore del radicalismo islamico).
La crescita esponenziale del prezzo del greggio sta oggi contribuendo a far vivere alla Libia una fase di forte crescita economica paragonabile a quella degli anni ’70; ma il contesto politico internazionale e i rapporti economici esistenti sono assai diversi rispetto a quel periodo. La più evidente delle differenze è la normalizzazione delle relazioni internazionali della Libia, alla quale ha contribuito decisamente il ruolo d’avanguardia dell’Italia. Ciò ha però concorso a porre fine a quello che era considerato un rapporto privilegiato tra il nostro paese ed il Governo di Tripoli. Le impor-tazioni dell’Italia dalla Libia sono passate, in termini percentuali dal 42,8 del totale nel 2002 al 37,4 nel 2006, mentre le esportazioni sono an-ch’esse diminuite passando dal 25% al 14%3. Quel nesso di reciproca indispensabilità sembra apparentemente essersi indebolito e questo è avvenuto a causa dell’aumento esponenziale del numero di partner commerciali attualmente a disposizione della Libia. Oggi il petrolio ed il gas libico ricevono grande attenzione da altri paesi, in primis Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti.
Le relazioni tra Italia e Libia, paiono risentire ancora di alcune questioni rimaste insolute negli anni. Le richieste libiche di risarcimenti, a cui Gheddafi ricorre sovente, sono sempre state interpretate dai vari governi italiani più come un’arma negoziale adottata nelle relazioni economiche che la dimostrazione di un’irrinunciabile rivendicazione. Dopo il fallimento degli accordi italo-libici del 1998 (firmati dall'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini e dal suo omologo dell'epoca, Omar Mustafa al-Muntasser), Ghed-dafi ha alzato la posta chiedendo la costruzione di un’autostrada di ben 1.900 chilometri dal confine con la Tunisia alla frontiera libico-egiziana. Ma come potrebbe fare l’Italia per recuperare i propri rapporti privilegiati con la Libia in un momento così delicato dal punto di vista internazionale? Credo che il nostro paese potrebbe cercare di ricoprire ancora una volta il ruolo di “stabilizzatore” della società libica, in un momento storico in cui il paese maghrebino si sta apprestando ad effettuare un delicato processo di riforma politico-istituzioniale. Solo se l’Italia sarà in grado di farsi identificare da Tripoli come un partner determinante per il proprio processo di trasformazione economica il proprio rrapporto privilegiato potrà essere recuperato. Ritengo che questo sarebbe di importanza determinante non solo per noi, ma anche per tutta l’UE, soprattutto se si considera il ruolo che la Libia potrebbe giocare nel contenere gli sfrenati flussi migratori verso il nostro paese e, di conseguenza, verso il Vecchio continente.

sabato 2 agosto 2008

Ci risiamo: un altro atleta azzurro fermato per doping

Incredulità e rabbia. Sono questi i sentimenti che gran parte degli sportivi italiani stanno provando in questi giorni. Dopo lo scandaloso caso di positività all'EPO del ciclista modenese Riccò al Tour de France, altri 2 atleti azzurri sono stati cancellati dalla lista dei partenti per le prossime Olimpiadi di Pechino. Prima è stato il turno di un'altra ciclista, la giovanissima campionessa del mondo su strada Marta Bastianelli, la quale ha immediatamente urlato la sua innocenza affermando di aver assunto semplicemente un medicinale per dimagrire. Forse un errore fatale della giovane atleta, ma non ci sono grandi scusanti, considerando che una atleta, soprattutto in un momento così importante della sua carriera (vigilia delle Olimpiadi n.d.r.), dovrebbe stare estremamente attenta ai tipi di medicinali che assume, proprio per evitare che si verifichino situazioni come questa. Più recentemente è stato trovato positivo ai controlli antidoping il fiorettista livornese Andrea Baldini, un'altra possibile medaglia d'oro. In questo caso, però, mi pare che ci siano alcune cose che non tornano del tutto. L'atleta, infatti, avrebbe assunto il Furosemide (principio attivo del Lasix), un diuretico, e lo avrebbe fatto in occasione delle finali del fioretto a squadre svoltesi lo scorso 9 luglio a Kijev. Ciò che non torna, però, è il fatto che il diuretico in questione, secondo gli esperti, rimane nelle urine per sole 4 ore, quindi Baldini lo avrebbe dovuto assumere, indirettamente, o durante la finale o poco prima. Ma che senso avrebbe avuto tutto questo? Perchè mettere a repentaglio una partecipazione olimpica per una cosa così insensata?
Non ci sono prove per pensare che si tratti di una sorta di complotto nei confronti del 22enne azzurro, ma sicuramente il fatto non è del tutto chiaro. A mio avviso lo dimostra anche la diversa reazione del Presidente del Comitato Olimpico Italiano Petrucci il quale, mentre nel caso della Bastianelli si era pronunciato molto duramente, in questo caso non è assolutamente intervenuto nel dibattito.
Quel che è certo è che lo sport, purtroppo, non è mai stato "pulito"; l'uso di doping è diffusissino per non dire che è la prassi. Basti pensare che i valori limite del sangue entro i quali non si considera l'uso di doping è molto più elevato di quello di una persona "normale". Ciò significa che è solo la quantità di sostanze dopanti assunte che fa la differenza. Tutti gli atleti sono al limite e basta un nonnulla perchè si sfori il limite stesso.
Mancano comunque pochissimi giorni al via delle Olimpiadi e c'è già chi dice che la Cina si stia preparando ormai da anni per dare una dimostrazione di forza conquistando il maggior numero di ori possibile. Visti i precedenti storici (DDR e URSS) chissà se anche i cinesi, oltre ad allenamenti sicuramente estenuanti (se sono in grado di lavorare per 6 giorni alla settimana senza mai fermarsi...) non abbiano anche studiato forme di doping non rilevabili. Il dubbio rimane e la domanda credo che sia più che lecita!

venerdì 1 agosto 2008

Alcol dopo le 2: il prefetto chiude e il giudice “riapre”

Rimini è, per antonomasia, la città dei locali notturni. Proprio per questo motivo risulta essere tra le località che più di tutte hanno risentito della legge che vieta la somministrazione di bevande alcoliche dopo le 2 di notte, fortemente voluta dal Governo Prodi. Ma proprio a Rimini sta andando di scena, ormai da qualche tempo, un goliardico siparietto che vede protagonisti da un lato il prefetto, che nell’applicare la legge ordina la chiusura dei locali “trasgressori”, e dall’altra i giudici di pace che, considerando il fatto che la legge in questione fa acqua da tutte le parti, si vedono costretti ad annullare l’ordine di chiusura permettendo ai locali di continuare la loro normale attività. Questo avviene soprattutto perché, secondo i giudici di pace, vi sarebbero più problemi a “bloccare” i locali di quanti non ce ne siano permettendo loro di continuare. Nei giorni scorsi è toccato ad alcuni noti locali riminesi come Cocoricò, Rock Island ed Echoes, trovarsi protagonisti di quello che rischia sempre più di diventare un imbarazzante scontro istituzionale. E’ infatti questo quello che sta succedendo, in quanto da un lato troviamo chi tenta di far rispettare la legge (il prefetto) e dall’altra chi invece non può fare a meno di accogliere i ricorsi presentatigli (i giudici di pace). Proprio a tale proposito nei giorni scorsi il Deputato riminese Sergio Pizzolante, insieme ai colleghi Gianluca Pini (Lega Nord) e Simone Baldelli (FI-PdL), ha presentato alla Camera dei Deputati un Ordine del giorno che propone di eliminare il divieto pur continuando a combattere contro la vendita abusiva degli alcolici e concentrandosi maggiormente sull’educazione e la prevenzione in modo da evitarne l’abuso soprattutto da parte di più giovani. Il provvedimento va nella direzione di evitare inutili “guerre legali” che vanno a danno del turismo e dell’intrattenimento. L’OdG ha immediatamente ricevuto il plauso di gran parte delle categorie riminesi, in particolar modo di CNA e Confcommercio. Quest’ultima (affiancata da Fipe e Silb), in una nota ufficiale ha dichiarato che si tratta di “una modifica necessaria e giusta […]. La strada giusta per la sicurezza stradale deve passare attraverso una forte azione educativa dentro e fuori alla famiglia.” Ad aggravare la situazione troviamo il fatto che, da quando è entrato in vigore il divieto di vendita di alcolici dalle 2, Rimini ha visto proliferare numerosissime attività abusive che, smerciando una maggiore quantità di alcol a prezzi decisamente più bassi, ne ha incrementato vertiginosamente il consumo mettendo a rischio soprattutto le fasce più giovani. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Basta infatti passare davanti a qualsiasi discoteca per notare il numero di bottiglie e lattine presenti nei parcheggi per rendersi conto della presenza di “spacciatori” di alcol. Tutto questo, fino ad ottobre, non accadeva ed è quindi da far risalire all’introduzione della legge in questione. All’ OdG si associa anche il titolare del Cocoricò Marco Palazzi il quale ha dichiarato che “il numero di incidenti stradali è diminuito solo grazie alla campagna informativa fatta e per la paura di perdere la patente e di vedersi confiscato il mezzo. Sono infatti sempre di più le persone che arrivano nei locali con mezzi noleggiati con tanto di autista”. Altro effetto collaterale della norma sulla vendita di alcolici, infatti, è stato il proliferare di un servizio taxi abusivo all’uscita di gran parte dei locali da ballo. Ma questo è un altro problema che richiederebbe un’altra soluzione. L’abuso di bevande alcoliche è certamente una piaga, ma in questo caso pare che la legge anziché debellarla l’abbia, in qualche modo, aggravata.