venerdì 7 novembre 2008

Obama alla Casa Bianca

Ebbene sì! Alla fine l'ha spuntata proprio lui Barack Obama. Dopo 18 mesi di campagna elettorale (tra primarie ed elezioni presidenziali) finalmente gli Stati Uniti hanno il loro nuovo presidente. Il risultato era più o meno scontato, anche se si erano espressi con perplessità numerosi analisti tra i quali Henry Kissinger (storicamente repubblicano) il quale aveva affermato che la rincorsa di McCain si sarebbe concretizzata nelle urne con una vittoria del candidato repubblicano. Così non è stato, anche se nella sostanza la maggioranza schiacciante, in ternmini di voto popolare, non c'è stata.
Chiaramente se si considera il sistema elettorale americano i dati sembrano parlare proprio di una valanga (364 a 162 il numero dei grandi elettori... ne bastavano 270), ma la vera grande sconfitta dei repubblicani è avvenuta alla Camera ed al Senato dove ora i democratici hanno una maggioranza schiacciante. Era dal 1996 che questo non accadeva.
Personalmente nutro alcune perplessità sulla figura di Obama. Pur essendo convinto che sia il candidato che più di ogni altro può garantire un cambiamento (cosa necessaria in questo momento di crisi globale), temo che il giovane democratico non abbia l'esperienza necessaria per affrontare la delicata situazione in cui si troverà quando prenderà possesso della Camera Ovale. Senza contare che numerosi analisti ritengono che sarà praticamente impossibile per il neo-eletto presidente mantenere molte delle promesse fatte in campagna elettorale, soprattutto in questo determinato momento di crisi. Inoltre sono terrorizzato all'idea che possa risultare eccessivamente protezionista, causando di fatto gravi problemi alla già delicata situazione economica dell'Europa. D'altro canto, però, se è vero che McCain per certi versi era più vicino al governo italiano per le sue posizioni sui grandi temi di etica, è altrettanto vero che Silvio Berlusconi troverà meno difficoltà a confrontarsi con Obama sui grandi temi di politica internazionale, primo tra tutti le relazioni con Mosca.
Ma la vittoria di Obama ha scoperchiato anche altre cose in Italia. Basti pensare alle posizioni del leader del Partito Democratico Walter Veltroni che ha immediatamente strumentalizzato la vittoria elettorale di Barak. E la polemica insulsa che è stata sollevata dalla sinistra italiana per la battuta di Berlusconi durante la sua visita a Mosca. Quello che mic chiedo e cosa centrino le elezioni americane con la politica italiana. non mi pare che gli italiani siano andati a votare per eleggere Obama?!?! Comunque credo che la risposta migliore alla sinistra sia stata data proprio dal nostro premier il quale ha affermato "Pensavamo ci fossero tanti imbecilli in circolazione, quello che non immaginavamo è che fossero così imbecilli da autodichiararsi pubblicamente. Lo hanno fatto, li conoscevamo già, ma non pensavamo fossero così tanto imbecilli". non c'è altro da aggiungere se non un augurio a Barack Obama per il duro compito che lo aspetta.

martedì 28 ottobre 2008

La moratoria contro la pena di morte sta fallendo

A quasi un anno dall'approvazione della moratoria sulla pena di morte da parte delle Nazioni Unite, pare che nulla sia realmente cambiato. Si susseguono quotidianamente, infatti, le notizie riguardanti le esecuzioni in vari paesi del mondo nei quali la pena di morte fa parte del sistema giudiziario/coercitivo.
Nei giorni scorsi sono state eseguite condanne a morte negli Stati Uniti, mentre è proprio di oggi la notizia di altre esecuzioni capitali: una in Somalia (dove una donna condannata per adulterio è stata lapidata) e 2 in Giappone. Ma se quanto avvenuto in somalia non mi stupisce più di tanto, considerando l'arretratezza del Paese e il tipo di legge vigente (la sha'ria o legge coranica), più preoccupanti sono le notizie provenienti dai Paesi cosiddetti Ultra-sviluppati (nella fattispecie Stati Uniti e Giappone).
Vale la pena fare un salto indietro. La moratoria per l'abolizione della pena di morte è stata approvata dalle Nazioni Unite lo scorso 19 dicembre, ma non con poche difficoltà. Il documento presentato dal Governo Italiano, infatti, fu sì approvato con una discreta maggioranza, ma con astensioni e voti contrari di alcuni paesi di enorme rilevanza. All'epoca ci vollero far credere che l'approvazione del documento fosse un enorme successo, soprattutto perchè aveva ottenuto 5 voti in più rispetto alle previsioni. Ma se si guardava bene ai paesi che avevano votato contrariamente, troviamo tre colossi mondili: Stati Uniti, Cina ed India (oltre ad Egitto, Singapore, Sudan, Iran e Iraq). Nella sostanza, il fronte dei "Friends of Death Penalty" è formato da paesi che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione mondiale.
Non nego che anche io ero particolarmente entusiasta alla notizia dell'approvazione della moratoria, ma ho sempre creduto fermamente che non avrebbe portato a grandi risultati concreti, come d'altronde si può constatare. Non bisogna però buttare via quanto di buono è stato fatto. Infatti la moratoria continua ad avere un grande merito: quello di aver sensibilizzato sul tema non solol 'opinione pubblica mondiale, ma anche (e soprattutto) gli Stati sovrani.
Certo è che il tema della pena di morte non è di semplice discussione. Io stesso, per quanto convinto che non sia concepibile che lo Stato si possa macchiare di un crimine così grave come l'omicidio, sono spesso combattuto sulla posizione da tenere in casi estremi. Non nego infatti che in alcune occasioni, davanti a crimini di una violenza incredibile (soprattutto quelli contro individui indifesi come i bambini) mi sono domandato se gli assassini meritino davvero di stare al mondo. Ma continuo a credere che non sia io, ne tantomeno lo Stato, a dover decidere una cosa del genere.

lunedì 20 ottobre 2008

Scuola: il decreto Gelmini va nella direzione giusta

In questi giorni non si fa altro che parlare del Decreto Gelmini sulla scuola. Uso volutamente il termine "decreto" e non "riforma" come spesso si sente dire dai media e, di conseguenza, da gran parte dell'opinione pubblica perchè in realtà quanto proposto dal Ministro dell'Istruzione non è affato una riforma, bensì un riassetto della scuola. Riguardo a questo tema anche in piccole realtà come Bellaria Igea Marina, come a livello nazionale, la sinistra ha sposato la linea demagogica senza considerare quali siano le reali necessità degli studenti e delle famiglie relativamente al tema scuola e limitandosi ad una strumentale polemica. La proposta del Ministro Gelmini, infatti, non prevede affatto lo “sfascio” del sistema scolastico come dice la sinistra, ma vuole fare ordine e riportare rigore sia nell’educazione che nei conti economici. In sostanza punta ad andare nella direzione giusta, come sottolineato dallo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non è certamente un esponente di centrodestra né tantomeno un filo-berlusconiano.
Nella sostanza il decreto contiene poche chiare innovazioni in quanto il suo obbiettivo, come affermato dallo stesso Ministro, non è una riforma strutturale della scuola, bensì una serie di provvedimenti atti ad aggiustare, sistemare e riordinare l’apparato educativo. Questo per far sì che al centro della scuola non si trovi più lo Stato o i problemi sociali del paese, bensì l’educazione dell’alunno e dello studente.
L’aspetto della riforma che più ha fatto discutere è certamente l’introduzione del maestro prevalente. Va sottolineato, però, che questo non esclude il ricorso ad insegnati supplementari nel caso in cui il “maestro unico” non sia in grado di insegnare alcune materie ritenute fondamentali come la lingua inglese e l’informatica. Questo permetterà un enorme risparmio di risorse economiche, considerando che il 96,98% della spesa per la scuola riguarda il personale. Va sottolineato che l’introduzione dei maestri modulari (3 ogni 2 classi) fu il frutto di necessità sindacali e di welfare, ossia la necessità di dare lavoro a giovani laureati.
La riforma mira inoltre, attraverso l’introduzione del voto in condotta, a ripristinare il principio dell’autorità nelle scuole persosi ormai da anni. E’ evidente che questo provvedimento, da solo, non sarà sufficiente a debellare la piaga del bullismo, ma sicuramente fornirà agli insegnanti ed alle istituzioni scolastiche uno strumento per far valere la propria autorità.
In soldoni il decreto Gelmini mira a rovesciare quella che per anni è stata l’azione politica del centrosinistra il cui movente principale continua ad essere, come sempre, il mantenimento del sistema di potere che si è costruita in oltre quarant’anni di storia senza dare risposte concrete alle necessità del paese e dei cittadini.

sabato 18 ottobre 2008

Dato storico in Provincia di Rimini: il PdL è al 53%

Alcuni sondaggi avvenuti nelle scorse settimane relativamente alla provincia di Rimini danno il Popolo della Libertà al 53%. Dato storico che, come confermato dall’analisi dell’ex Onorevole del Partito Democratico Giuseppe Chicchi, mette a serio pericolo il centro-sinistra locale. A presentare la strategia verso le prossime elezioni, in casa PdL, ci ha pensato “l’ideologo” storico di Forza Italia Gianni Piacenti il quale non si nasconde dietro un dito ed afferma a gran voce che il centro-destra deve puntare il prossimo anno ad aggiudicarsi l’amministrazione della Provincia e di alcuni comuni chiave come Bellaria Igea Marina per poi puntare, nel 2010, a quello che lui definisce “il bersaglio grosso”, ovvero Palazzo Garampi (sede dell’amministrazione comunale del capoluogo rivierasco).
Secondo piacenti, il quale continua a definirsi “un semplice tesserato”, la crisi del PD è palpabile e ne è una dimostrazione la recente “fuga” di Cofferati da Bologna. A questo punto il PdL, che si è accreditato soprattutto con Forza Italia come forza di governo, “ha la possibilità di ribaltare lo storico trend riminese” spodestando il centro-sinistra dalla sua posizione di dominio. “Cofferati si fa da parte a Bologna perché sa benissimo che sarebbe destinato alla sconfitta. Figuriamoci che fine faranno i Vitalia, i Fabbri, i Melucci e compagnia che occupano le amministrazioni provinciale e comunali. Loro sanno già da oggi che non si possono fare illusioni”. Con queste parole Piacenti attacca frontalmente i massimi vertici del PD riminese e ribadisce che non crede che la giunta di centrosinistra che guida il comune di Rimini sia così suicida da fare davvero cadere il Sindaco Ravaioli, come voci di corridoio dicono ormai da tempo. Questo significherebbe, dati alla mano, consegnare anche il comune al centrodestra.
Piacenti si spinge addirittura oltre affermando che “la stagione dei cosiddetti civici è ormai conclusa, così com’è terminata quella del collateralismo di lobby e potenti che in passato si riunivano per fornire i candidati ai partiti”. Con queste parole l’ideologo forzista avverte anche le realtà comunali della provincia che nella prossima primavera vivranno le elezioni amministrative, prima tra tutte Bellaria Igea Marina dove ormai da mesi si sta verificando una lotta intestina al centrodestra per decidere il candidato sindaco: da un lato il civico Enzo Ceccarelli e dall’altra il politico Roberto Maggioli. Piacenti prosegue affermando che “il candidato ideale deve essere una figura espressione dei partiti, dovrà avere esperienza ed una visione politica moderna. Inoltre non dovrà essere un “vecchio della politica”; per intenderci non dovrebbe essere un sessantenne”.
E’ chiaro che comunque in Riviera l’aria, a dispetto della stagione, è ancora incandescente e la campagna elettorale, a più di sei mesi dal voto, sembra già iniziata.

venerdì 3 ottobre 2008

Messico: la guerra di cui nessuno parla

C’è una guerra in atto di cui nessuno pare voglia parlare. Si tratta della lotta al traffico di stupefacenti che sta avendo luogo in Messico. Da 18 mesi il Messico è governato dal Presidente Felipe Calderon il quale, già durante la sua campagna elettorale, rese nota la sua volontà di voler usare il pugno di ferro contro i trafficanti di droga, probabilmente anche soto la pressione del governo degli Stati Uniti. Va infatti sottolineato che la stragrande maggioranza degli stupefacenti smerciati negli USA provengono proprio dal Messico.
Secondo fonti ufficiali la guerra in corso tra governo e narcotrafficanti avrebbe causato negli ultimo 18 mesi qualcosa come 4.785 vittime tra civili (4.313) e militari (472). Ai cartelli del narcotraffico, infatti, il governo di Calderon ha contrapposto 36.000 militari operazione, questa, degna di una vera e propria guerra.
La notizia è stata resa nota proprio il giorno del 40° anniversario della repressione ai danni dei movimenti studenteschi messicani. Mi riferisco agli avvenimenti del 3 ottobre 1968 quando la Piazza Tlatelolco (ribattezzata in seguito Piazza delle Tre culture) si trasformò in un mattatoio. In quell’occasione furono centinaia le persone che rimasero inermi sul suolo della piazza. In quel caso si trattò di repressione ai danni dei movimenti studenteschi (reazione esagerata ordinata dall’allora presidente Gustao Diaz Ortaz), ma il confronto regge, se non altro per il numero di vittime che si calcolano oggi. Chiaramente ritengo che l’intervento massiccio delle forze armate per la lotta al narcotraffico sia, a differenza dei fatti del 1968, un atto comprensibile e condivisibile. Ma la cosa che lascia davvero basiti è il fatto che siano così tante le persone che stanno perdendo la vita.
E’ chiaro che non vi sono alternative concrete alla repressione, in questo caso, ma come si potrebbe evitare che così tanti civili vengano coinvolti nel mercato degli stupefacenti? Probabilmente gli alti tassi di disoccupazione del paese, e la malagestione delle zone periferiche, contribuiscono ad aggravare il problema. Personalmente, pur condividendo le posizioni del Presidente Calderon, ritengo che la repressione fine a sè stessa non possa essere sufficiente e contemporaneamente si debba cercare di intervenire sul mercato del lavoro, creando nuovi posti d’impiego e distribuendo meglio il reddito federale tra tutti gli stati fella federazione messicana.

mercoledì 1 ottobre 2008

Contro lo smog si proseguirà con la “cura inutile”

Si accende la polemica sui blocchi del traffico nella città di Rimini. Secondo alcuni studi, infatti, pare che le misure proposte negli ultimi anni per diminuire il livello di polveri sottili nell’aria, affiancata agli scarsi incentivi ecologici, non abbiano portato a nessun miglioramento della condizione ambientale. Al contrario sono sempre stati sfiorati i limiti imposti dalla normativa UE, costringendo il Comune a sottostare a multe salatissime. Da Palazzo Garampi (quartier generale dell’amministrazione comunale) fanno sapere che attraverso i blocchi del traffico si è ottenuto un notevole abbassamento del livello di inquinamento, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti e lo smog risulta rimanere a livelli altissimi. Non è infatti sufficiente la stima resa nota dall’ARPA, secondo cui “vi è stata una diminuzione delle concentrazioni di polveri sottili pari a 44,5 tonnellate di Pm10 e di 534 tonnellate di ossido di azoto”, per promuovere il blocco del traffico.
La stessa ARPA, infatti, afferma che i meccanismi legati alla produzione di polveri sottili sono molto più complessi e non possono essere spiegati semplicemente associandoli ai blocchi ed alle limitazioni imposti alla circolazione degli autoveicoli. Questo perché innanzitutto non è possibile determinare con precisione quanti mezzi abbiano realmente rispettato le limitazioni. Inoltre la concentrazione di polveri sottili dipende in maniera imprescindibile dalle condizioni climatiche (ad esempio il vento può contribuire a spingere in città le polveri prodotte dai veicoli che transitano sulla statale non soggetti ai blocchi) e se i comuni limitrofi non aderiscono ai blocchi, come avvenuto già lo scorso anno, l’impatto dei blocchi del traffico può essere scientificamente sintetizzato con una parola: inutile.
Va infine sottolineato che l’ARPA ha appurato che lo scorso anno, nella giornata adibita al blocco della circolazione (giovedì n.d.r.), i livelli di polveri sottili sono addirittura aumentati e si sono raggiunti picchi senza pari nell’orario di pranzo (quando il blocco veniva sospeso). A tal proposito voci di corridoio affermano che, se la giunta nelle prossime settimane approverà il piano dei blocchi, farà saltare anche la pausa pranzo imponendo il divieto di circolazione dalle 8:30 (l’anno scorso si iniziava alle 9:00) alle 18:30.
Ad oggi, dunque, il provvedimento che prevede le limitazioni al traffico ha sortito solo alcuni effetti che nulla hanno a che fare con la salvaguardia dell’ambiente: far rivoltare gli artigiani ed i commercianti, staccare qualche multa e causare disagi ai cittadini. Come molti in città affermano, sarebbe giunta l’ora di puntare in un’altra direzione, abbandonando definitivamente l’ideologia “rosso-verde” che domina l’amministrazione riminese e prendendo finalmente atto del fatto che i provvedimenti adottati ad oggi non fanno altro che creare disagio ai cittadini senza ottenere i risultati sperati.

lunedì 29 settembre 2008

Non si placa la violenza anti-cristiana in India

Ormai da giorni sono ripresi in india gli attacchi contro le comunità cristiane locali. E’ ormai da molto tempo che questi gesti inaccettabili si susseguono lasciando sul campo decine e decine di morti. Nel distretto di Kandhamal negli scorsi giorni sono state date aale fiamme case e Chiese, costringendo le autorità locali ad imporre nuovamente il coprifuoco in alcuni dei distretti dello Stato di Orissa, la regione che da fine agosto ha visto riprendere gli scontri tra induisti e cristiani.
Questa volta il casus belli è stata l’uccisione, da parte di un poliziotto, di una persona che stava partecipando ad una manifestazione degenerata in violenti scontri con le forze dell’ordine durante i quali, secondo le fonti ufficiali, sono rimaste ferite 32 persone a causa del fitto lancio di pietre da parte dei manifestanti.
A tal proposito è intervenuto il Vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro il quale, nel sottolineare con forza l’impegno dell’Ue nel preparare il summit europeo con l’India e nel non lasciare nulla di intentato per la difesa della libertà religiosa, ha commentato la recente risoluzione adottata dal Parlamento europeo sottolineando come “le introduzioni fatte dal Ministro Jouyet e dal Commissario Wallstrom avessero omesso qualsiasi considerazione sul massacro di questi mesi” e che “grazie alla risoluzione del Parlamento europeo il tema della difesa dei cristiani e della qualità della democrazia indiana entra con forza nei lavori del summit Ue-India addirittura con la richiesta di punire i responsabili della strage tra i quali ci sono anche membri della polizia colpevoli di non essere intervenuti”. L’On. Mauro ha inoltre ribadito che i membri del PPE chiedono “che vengano riconosciute alla Chiesa compensazioni per i danni inflitti alle sue proprietà e a quelle dei cittadini privati”.
Resta comunque il fatto che quanto sta avvenendo in India ha dello sconcertante. Ancora una volta prendono piede le ipotesi fatte dall’americano Samuel Huntington nel suo libro “Lo scontro delle civiltà”. Amolti esperti questo testo, fino a qualche anno fa, pareva una esagerazione; ora si devono realmente ricredere considerando che gran parte delle tesi proposte da questo saggio si stanno dimostrando azzeccate.

mercoledì 24 settembre 2008

Continua a preoccupare la posizione di Ahmadinejad

“Spezzeremo la mano di chiunque volesse attaccare l'Iran ancora prima che possa premere il grilletto”. Questa è la minaccia lanciata dal premier iraniano Ahmadinejad in occasione del 28° anniversario dell’attacco iracheno (ovvero lo scoppio della guerra Iran-Iraq che insanguinò la regione tra il 1980 ed il 1988). Ad aggravare la situazione arriva anche la notizia che il governo di Teheran ha respinto le richieste Onu di sospendere l'arricchimento dell'uranio nel quadro del suo programma nucleare. Ora, io non sono favorevole alla limitazione del potere decisionale dei singoli stati, ma considerando anche solo il linguaggio estremamente agguerrito e minaccioso di Ahmadinejad, che per la cronaca non è più sostenuto neppure dagli ayatollah, credo che davvero il programma di ricerca nucleare iraniano possa essere una minaccia per la pace globale (anche se di pace al mondo ce n’è davvero poca!).
Alle dichiarazioni di Ahmadinejad, ha fatto eco il presidente americano George W. Bush il quale, davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, ha affermato che paesi “come la Siria e l’Iran continuano a sostenere il terrorismo internazionale di matrice islamica”. Bush ha poi proseguito nel suo intervento chiedendo alle Nazioni Unite di attuare le sanzioni verso la Corea del nord e l’Iran contro la proliferazione nucleare. Nel dire ciò ha inoltre sottolineato che “occorre procedere ad una ristrutturazione del Consiglio per i Diritti Umani perché troppo spesso ha protetto i paesi violatori”.
Per quanto filo-americano, non sono mai stato un grande sostenitore dell’amministrazione Bush in quanto ritengo che abbia spesso esagerato nei toni portando il mondo a vivere conflitti che si sarebbero potuti tranquillamente evitare. In questo caso, però, sono convinto che le preoccupazioni espresse dall’amministrazione statunitense siano più che condivisibili. Ahmadinejad, così come il presidente nord-coreano Kim Jong-Il, troppo spesso ricorrono a linguaggi belligeranti e non nascondono le proprie ambizioni di porre rimedio ad alcune situazioni internazionali ricorrendo all’uso della forza. Nello specifico mi riferisco prevalentemente all’Iran che, in più di un occasione, si è detta pronta a lanciare una guerra contro Israele. E’ ovvio che se le ricerche in campo nucleare fossero finalizzate semplicemente alla creazione di nuove fonti energetiche non ci sarebbe nulla da eccepire alle volontà del governo di Teheran. Ma il dubbio che queste ricerche siano invece finalizzate alla costruzione di armi atomiche rimane. E a quel punto cosa potrebbe succedere? Si tornerebbe ad una sorta di “guerra fredda” ricorrendo nuovamente al principio della deterrenza, oppure si concretizzerebbe davvero la possibilità di una guerra atomica? Sembrano quasi scenari fantascientifici, ma il rischio esiste ed è concreto. Il problema è che, ancora una volta, le Nazioni Unite si dimostrano deboli, senza contare che il ricorso alle sanzioni non fa altro che gravare sul benessere della povera gente aumentando l’astio nei confronti dell’Occidente. Ma allora quale potrebbe essere la soluzione? Questo davvero non sono in grado di dirlo, ma probabilmente attraverso un maggiore dialogo qualche risultato potrebbe essere ottenuto.

domenica 21 settembre 2008

Intervista al Ministro della Cultura Sandro Bondi

Considerando anche il suo background politico e culturale, mi potrebbe dare un suo giudizio su quella che viene considerata “l’egemonia culturale della sinistra”? Ritiene che esista davvero questa egemonia oppure si tratta solo di un complesso di superiorità di una determinata area politica o, peggio ancora, di una creazione della destra italiana (e quindi potremmo parlare di un complesso di inferiorità)?
La differenza sostanziale sta nel fatto che la sinistra considera la cultura come uno strumento per la raccolta del consenso al fine di conquistare il potere, mentre per noi la cultura ha un significato diametralmente opposto, che si fonda sulla libertà d’espressione e di manifestazione del proprio pensiero per il miglioramento della società. L’egemonia culturale della sinistra è finalizzata proprio alla conquista ed al mantenimento del potere fine a sé stesso. Dobbiamo lavorare perché la cultura abbia un ambiente più libero nel quale chiunque possa lavorare nella più totale libertà.
La sinistra ha sempre coltivato in Italia l’idea di una superiorità soprattutto sul piano morale erigendosi a unica portatrice di una morale superiore a quella degli avversari politici (lo ha fatto nei confronti della DC, dei socialisti ed ora di Forza Italia e del centro-destra). In realtà questa superiorità morale non vi è mai stata e non è mai stata dimostrata quando la sinistra è stata forza di governo. Va sottolineato che la sinistra ha sempre avuto un corpo di militanti che realmente erano mossi da una profonda morale; individui che spesso anteponevano gli interessi del partito a quelli privati. Questo non va disprezzato, ma ciò non rispecchia la classe politica che rappresenta questa base.
Si può dire che in qualche modo la cultura è stata una sorta di “concessione” fatta dai governi passati alla sinistra? Mi riferisco soprattutto agli anni ’70 quando l’establishment politico (nella fattispecie la DC) concesse alla sinistra emergente alcuni gangli della società (tra cui spiccano il settore culturale e la magistratura) in cambio del potere effettivo. Non pensa che, nel fare ciò, si sia sottovalutata la cultura?
Questo è assolutamente vero. Il demandare alla sinistra il controllo della cultura è stata una delle responsabilità più grandi della DC in cambio di un rapporto di “non belligeranza”. Vi è stata una sorta di spartizione dei vari poteri; mentre la DC si appropriava dei poteri dell’economia, delle banche, delle partecipazioni statali, alla sinistra veniva devoluta la cultura così come la magistratura. Naturalmente la sinistra aveva fatto già di tutto per potersi “appropriare” della cultura, lo dimostra l’operato di Antonio Gramsci, che ha avuto un grande ruolo dal punto di vista culturale. Si tratta dunque di una vocazione già presente nei cromosomi della sinistra che, associato all’abdicazione della DC nel campo culturale, ha portato ai risultati attuali. Quello della DC è stato sicuramente un errore molto grave. Il centro-destra non deve fare lo stesso errore dimostrando di sapere quale sia l’importanza della cultura e mostrandosi aperto al confronto, cosa che la sinistra non ha mai fatto.
Ritiene che il cambiamento di cui sta parlando debba essere calato dall’alto, oppure anche le piccole realtà possono giocare un ruolo nel modificare lo status quo?
Dall’alto può venire una linea guida per delineare il rapporto che intercorre tra cultura e politica, ma naturalmente questa concezione deve trovare stimoli, elementi e forza nelle realtà territoriali del paese. L’Italia è il paese delle 100 città, dei 100 campanili, e la sua unicità è quella di un paese che ha un territorio multiforme e con realtà politiche e culturali diverse. Questo fa grande il nostro paese ed è proprio questo l’elemento da cui la cultura deve trarre giovamento, soprattutto nelle realtà provinciali dove, sotto l’apparente immobilità della vita, vi è un fervore di realtà culturali e di voglia di partecipare e organizzare i progetti che rendono forte il paese. Basti pensare che tutte le realtà artistiche del nostro paese nascono fondamentalmente dalla provincia. Tutti gli uomini di cultura non nascono nelle città ma nella provincia per poi spostarsi nelle grandi città dove maggiori sono le possibilità. E’ dunque la provincia la realtà più feconda del nostro paese, soprattutto da un punto di vista culturale.
Ma ha ancora senso e ha mai avuto senso, in un paese come il nostro, parlare di una cultura nazionale?
Vi è stato un lungo dibattito in Italia sull’esistenza di una cultura nazionale. E’ chiaro che nell’epoca della globalizzazione troviamo anche una globalizzazione culturale, ma permangono delle identità nazionali e culturali. Sarebbe un danno enorme se sparissero queste identità per far fronte ad una globalizzazione sfrenata soprattutto in campo economico. Ciò porterebbe a livellare tutte le specificità e le identità di carattere culturale provocando danni enormi. Le identità di cui sto parlando hanno a che fare direttamente con la vita delle persone al senso della propria vita: l’uomo contemporaneo che vive senza ricercare il senso della propria vita è destinato alla tragedia.

venerdì 19 settembre 2008

Alitalia verso il fallimento e i dipendenti esultano

Quello che sta succedendo in questi giorni relativamente all'affaire Alitalia ha a dir poco del ridicolo! Non mi capacito di come sia possibile che un sindacato come CGIL, così ben strutturato e che si dice "movimento a tutela dei lavoratori" possa agire in questo modo e far saltare l'unico accordo possibile per salvare quel che resta della nostra compagnia di bandiera. Non vi è da stupirsi del tutto, però. E' infatti nella logica comunista! Il ragionamento fatto dai vertici di CGIL è infatti il seguente: vi sono esuberi e quindi persone da mettere in cassa integrazione? Bene, allora preferiamo farci mettere tutti in cassa integrazione. Non credo che però i lavoratori che soffriranno dell'eventuale fallimento (che mi auguro possa ancora essere scongiurato!) siano d'accordo con questo ragionamento. Si tratta di 20.000 dipendenti che rischiano, dall'oggi al domani, di ritrovarsi senza un lavoro.
Ritengo che, come espresso anche dal portavoce di Fi-PdL Daniele Capezzone, che la CGIL abbia commesso un autogol letale osteggiando la trattativa: gli italiani hanno infatti potuto verificare con i propri occhi che c’è un pezzo di mondo sindacale malato di estremismo e massimalismo, pronto a osteggiare qualunque iniziativa del Governo, anche se questo fa male al Paese.
Ma la cosa che fa ancor più male e risulta essere incomprensibile, è il fatto che oggi i telegiornali abbiano mostrato immagini dei dipendenti di Alitalia che manifestavano la propria soddisfazione per il mancato accordo per il salvataggio della compagnia di bandiera. Ma come è possibile? Si tratta di padri di famiglia che rischiano di perdere il lavoro, ma questo non li frena dall'esultare per la perdita del lavoro stesso. Ma come è possibile? Tutto ciò ha davvero del paradossale!
Ma non è tutto. A rincarare la dose di incomprensibilità ci ha pensato il "leader" del PD Walter Veltroni che da New York (cosa ci faccia negli States a spese nostre è a me sconosciuto...) che a suo avviso "l'Alitalia si trova in queste condizioni drammatiche per effetto della conduzione totalmente dilettantesca da parte di questo governo". Secondo Veltroni solo "l'accordo con l'Air France avebbe risolto questa crisi nazionale". Il leader del Pd suggerisce due ipotesi: "Primo, che la Compagnia Aerea Italiana (Cai) ascoltasse le richieste dei sindacati e riflettesse su una soluzione che ne tenga conto". Personalmente traggo due conclusioni in risposta alle parole di Veltroni: in primo luogo non penso che fosse il caso di arrendersi al cannibalismo dell'Air France (che, dopotutto, non era stato accettato neppure dal Governo precedente che, se ricordo bene, era di centro-sinistra!); in secondo luogo sarebbe il caso che Veltroni si rendesse conto che solo una sigla sindacale (la CGIL) non ha accettato l'accordo.
Termino con il dire che, malgrado tutto, a questo punto mi auguro che l'accordo venga trovato ma mi auguro che la "giustizia divina" faccia sì che risultino in esubero proprio quelli che oggi a Fiumicino hanno esultato al fallimento dell'accordo! Queste persone, infatti, mi fanno vergognare di essere italiano, parola di un patriota-plurilaureato-disoccupato.

lunedì 15 settembre 2008

Non benedire i divorziati

"Non si possono ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime". Così Papa Benedetto XVI, in un suo intervento durante la sua visita al santuario di Lourdes, ha di fatto affermato che ritiene non si possa dare la benedizione ai divorziati. Personalmente ho sempre difeso le posizioni del papa, almeno fino ad oggi. Ritengo infatti che non sia ammissibile che la Chiesa si trovi a non essere in grado di perdonare. Non mi pare che assassini, stupratori e ladri non possano ricevere la benedizione e questo perchè, giustamente, insito nella natura della Chiesa è il concetto di "perdono". Tutte le domeniche, nelle omelie dei parroci di mezzo mondo, si sente ripetere che l'uomo deve saper perdonare perchè solo nel perdono si trova la salvezza. Già, a mio avviso, è spesso difficile riuscirci; basti pensare a casi limite come il perdono per l'assassino di un caro o il perdono nei confronti di uno stupratore o, peggio ancora, di un pedofilo. Capisco appieno la posizione della Chiesa sul tema del "perdono", ma non riesco assolutamente a capacitarmi di come, proprio Lei, non sia in grado di perdonare chi, attraverso il divorzio (che sottolineo essere uno dei più grandi fallimenti nella vita di un individuo!), ammette di aver commesso un errore. Sottolineo che io stesso sono recentemente rimasto shockato dai dati resi noti dall'ISTAT relativamente al vertiginoso aumento dei divorzi in Italia, ma non per questo mi sento di giudicare. Conosco molte persone che hanno dovuto porre fine alla propria relazione. Alcune volte ho ritenuto le cause giuste, in altre no, ma non mi sento proprio di esprimere giudizi su chi decide di fare una scelta del genere che, comunque, porta sempre sofferenza! Il succo della questione è che, grezzamente parlando, è importante perdonare chi commette errori anche gravi come omicidi e stupri (ed è quindi concessa loro la benedizione), ma non è ammissibile perdonare chi rompe un sacramento come quello del matrimonio... questa davvero non la capisco!!!
Ritengo che Papa Benedetto XVI stia facendo troppi passi indietro rispetto al suo predecessore. E' chiaro che in un momento in cui la fede cristiana/cattolica pare minata dal di dentro e dal di fuori, il Papa senta la necessità di dare dei segnali forti, ma a mio avviso in certi casi esagera porgendo di fatto il fianco a chi non fa altro che criticare il Vaticano per partito preso! A questo va aggiunto che pare si stia portando a compimento il percorso che riporterà in tutte le chiese del mondo il latino come lingua con la quale verranno celebrate le Sante Messe. Ma è mai possibile che si vogliano davvero compiere dei passi indietro così grandi?
Ho frequentato per anni l'ambiente parrocchiale della mia città, ma proprio a causa del cambiamento apportato dal nuovo parroco mi sono visto costretto ad abbandonare anche alcune delle cariche che ricoprivo al suo interno (facevo l'educatore dei gruppi giovanili). Questo perchè il nuovo parroco, così come sembra stia facendo Benedetto XVI, preferisce una Chiesa fatta di "pochi ma buoni". Ma mi sembra che non sia assolutamente questo il messaggio chiave della nostra religione. Ho il timore che certi atteggiamenti della Chiesa rischino di allontanare sempre di più la gente dalla religione con conseguenze gravi anche sulla società. Spero vivamente di sbagliarmi e mi auguro altresì che si inverta al più presto questa tendenza retrograda che io stesso fatico a difendere.

mercoledì 10 settembre 2008

Cosa cambia nel mondo della scuola

"Da oltre trent'anni la politica della scuola si comporta in maniera irrsponsabile. Ciò ha rubato il futuro ad i giovani della mia generazione, ma quelli del 2020 non possono essere oggetto di una bassa speculazione politica". Con questa dichiarazione, rilasciara all'agenzia ANSA, il Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini risponde alle polemiche che si sono sollevate negli ultimi giorni a riguardo della sua propoista di riforma del sistema scolastico italiano. "I dipendenti della scuola in Italia sono oltre 1.300.000 e sono decisamente troppi", prosegue il ministro, "vorrei una scuola con meno professori, più pagati e più gratificati. Con questo non si intende modificare il tempo pieno che, anzi, sarà addirittura incrementato del 50%".
Dopo la pace fatta con il Ministro Umberto Bossi, il quale aveva polemizzato all'idea che fosse reintrodotto il maestro unico nelle scuole primarie, la Gelmini ha dichiarato che entro il 20 settembre convocherà le parti sociali per trovare un accordo sul piano programmatico della scuola. Ma questo non è stato sufficiente a calmare gli animi in casa PD i cui dirigenti hanno definito la proposta della Gelmini "un'improvvisazione totale che avrà effetti drammatici sulla scuola italiana". Proprio a tal proposito Walter Veltroni ha annunciato che dal 26 al 29 settembre è in programma lo "Scuola day" con la mobilitazione del personale scolastico in protesta alla riforma Gelmini.
Ma analizziamo nel dettaglio il "sistema scuola" italiano. Va sottolineato che la spesa per il personale ha un’incidenza altissima sul bilancio complessivo del ministero, e questo significa che la nostra scuola non ha la capacità, se non si interviene strutturalmente, di rinnovarsi e di guardare con serenità al futuro. Tutto ciò è il frutto di politiche passate assolutamente sbagliate che hanno spesso usato la scuola come una sorta di ammortizzatore sociale (come denunciato dalla stessa Gelmini). Come dichiarato dall'On. Fontana del Pdl "Il Ministro Gelmini sta facendo un ottimo lavoro perché l’Italia abbia, finalmente, una scuola di qualità, dopo i tanti disastri del passato, dovuti a politiche demagogiche e spesso irresponsabili". Da un punto di vista pratico l’introduzione dell’educazione civica, il ripristino del giudizio in condotta e del maestro unico alle elementari rappresentano passi necessari per liberare la scuola dalle nefaste eredità ideologiche degli anni passati. Si stanno inoltre facendo passi avanti per quello che è un pò il leitmotiv del Governo Berlusconi: la lotta agli sprechi. E' infatti intenzione della Gelmini far sì che anche nella scuola, così come si sta tentando di fare in altri settori, tra i docenti così come tra gli studenti, prevalga la cultura del merito.
In Italia, infatti, troppo spesso assistiamo ad ingiustizie senza pari. Mi riferisco alle migliaiai di insegnanti, ad ogni livello, che una volta acquisito il ruolo si adagiano nella loro posizione senza tenersi informati e spesso non svolgendo il proprio lavoro con passione e dedizione. E' chiaro che in parte ciò è anche dovuto alla scarsa retribuzione che gli spetta, ma il problema più grande è che non c'è concorrenza di alcun tipo. In Italia ci sono migliaia di persone che da anni vivono da precarie nel settore dell'istruzione e che sanno già che non avranno mai la possibilità di affermarsi nel loro mestiere in quanto le posizioni disponibili sono sature. Chiaramente gli insegnanti sono troppo, su questo non vi è dubbio, e in un periodo in cui il mercato del lavoro italiano (e non solo) è totalmente immobile, non hanno altre alternativa se non quella di sperare. Ma le speranze sono spesso disattese e, nella maggior parte dei casi, lo si sà in partenza. Basta prendere il caso di professori delle superiori che da anni fanno supplenze ma che, non avendo avuto modo di fare il SISS (la Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario) non riusciranno mai neppure a passare dalla terza alla seconda fascia con possibilità di assunzione a tempo indeterminato praticamente nulle!
Anche questa è l'ennesima ingiustizia tutta italiana frutto, come del resto gran parte dei mali del nostro paese, di oltre cinquant'anni di politiche sbagliate e non lungimiranti. Non me ne intendo particolarmente, sarò franco, ma la riforma della Gelmini, se non altro, cerca di cambiare le cose. Non si può continuare in questo immobilismo per paura di sbagliare. E' ora di agire, di fare qualcosa, di rovesciare un sistema che si sta dimostrando obsoleto. Chiaramente, come ogni riforma del genere, richiederà tempo perchè i risultati si notino (aggiungerei purtroppo). Non vi è dubbio che anche le perplessità e le paure siano lecite e comprensibili, ma sarebbe ora che tutti si trovassero d'accordo sul fatto che qualcosa vada fatto. Ritengo che la riforma della scuola del Ministro Gelmini debba essere considerata una straordinaria opportunità che sarebbe molto grave rischiare di mancare perdendosi in sterili polemiche.

venerdì 5 settembre 2008

L'Angola chiamata alle urne

Sono oltre otto milioni gli angolani chiamati alle urne a sedici anni dall'ultima tornata elettorale. Le ultime elezioni si svolsero infatti nel 1992 ed il risultato aveva riportato di nuovo il Paese nel caos. A 6 anni dalla fine della guerra civile, che per 27 anni ha sconvolto l'Angola, sono grandi le aspettative della popolazione. Le elezioni riguardano il parlamento nazionale, composto da 220 membri, ed il partito attualmente al governo punta a raggiungere una larga maggioranza che gli permetta di poter riformare agevolmente la Costituzione. Le elezioni del '92 sono ricordate per le conseguenze nefaste che ebbero sul paese. A queste, infatti, seguì una scia di violenza che ha riportato alla memoria la guerra civile che sconvolse l'Angola dopo la sua indipendenza dal Portogallo.
L'Angola, come accennato, è una ex colonia portoghese che ottenne l'indipendenza nel 1975 in seguito al colpo di stato che ebbe luogo in Portogallo e che spinse il governo di Lisbona ad abbandonare tutte le sue colonie. Ma proprio all'indomani della dichiarazione d'indipendenza, l'Angola sprofondò in una grave guerra civile che vide contrapposti non solo gruppi etnici distinti, ma anche i membri dei due maggiori partiti politici: l'MPLA (Movimento popolare per la liberazione dell'Angola) da una parte e l'UNITA (l'Unione Nazionale per l'Indipendenza Totale dell'Angola) dall'altro. Saranno proprio questi i due partiti contendenti alle elezioni di questi giorni. Allo scontro etno-politico si affiancò la frizione tra le grandi potenze mondiali interessate alle risorse naturali del paese (in primo luogo il petrolio, di cui l'Angola è ricca. Non a caso dal 2007 è membro dell'OPEC) e al suuo controllo, considerando la sua rilevante importanza geo-strategica. Mentre l'MPLA, movimento marxista-leninista, era appoggiato da Cuba e dall'Unione Sovietica, l'UNITA era sostenuto da Stati Uniti e Sudafrica. Il conflitto continuò fino alla firma di un accordo di pace, voluto dalle potenze straniere dopo i cambiamenti nello scenario internazionale, siglato il 1 maggio 1991. Nel 1992 si tennero le ormai note elezioni presidenziali che videro la vittoria del MPLA ed il leader del partito José Eduardo dos Santos, venne proclamato presidente. L'UNITA, guidato da Jonas Savimbi, non accettò l'esito elettorale e il paese entrò, come detto, in una nuova fase di guerra civile. Un tentativo di porre fine alle ostilità fu fatto nell'aprile del 1997 quando venne creato un governo di unità nazionale dal quale, però, l'UNITA fu presto espulso in seguito alla ripresa delle azioni di guerriglia.
Quando nel 1989 crollò il Muro di Berlino e di fatto si concluse la Guerra Fredda, il Presidente dos Santos (che per la cronaca è in carica dal 1979) iniziò a ribaltare completamente la propria politica. Se in politica interna ha rimodernato le istituzioni, depurandole dal passato marxista, in politica estera ha instaurato una solida alleanza con Stati Uniti, Gran Bretagna e Portogallo. Proprio a dimostrazione di ciò va sottolineato la posizione costantemente favorevole del Governo di Luanda alle guerre intraprese dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. Questo atteggiamento spiazzò completamente l'UNITA, "alleato" storico dell'Occidente, il quale si ridusse nel giro di pochi anni da grande partito politico qual'era a un gruppo paramilitare allo sbando. Attualmente, dunque, possiamo quasi affermare che in Angola vi sia una sorta di sistema monopartitico. Ciò lascia ben sperare dos Santos che non a caso, come accennato, mira ad ottenere una maggioranza schiacciante.
Oggi le strade della capitale Luanda sono inondate di bandiere e slogan che inneggiano ai dua maggiori partiti. Speriamo che, come troppo spesso abbiamo visto, le manifestazioni non sfocino in episodi di sanguinosa violenza tipici del continente africano.

giovedì 4 settembre 2008

Inizia il confronto Governo-Sindacati per salvare Alitalia

Il governo sta lavorando per trovare una soluzione alla delicata crisi che ormai da tempo ha investito Alitalia. I lavori si stanno tenendo proprio in questi giorni in quella che ritengo essere la maniera migliore: il dialogo con le parti. Il Governo, infatti, ritiene che per trovare la miglio soluzione possibile, sia necessario un attento confronto con le sigle sindacali (nove in Alitalia) che consideri tutte le questioni legate al risanamento della compagnia di bandiera tra le quali risalta, chiaramente, la problematica legata all'esubero di lavoratori.
Il primo passo fatto da Palazzo Chigi è stata la nomina del commissario straordinario Augusto Fantozzi con un decreto firmato lo scorso 29 agosto da Silvio Berlusconi e Claudio Scajola. Dopo pochi giorni dalla sua nomina Fantozzi avrebbe riferito che nelle casse del vettore a fine agosto sarebbero rimasti 195-200 mln e che una stima riferita a fine settembre la farebbe scendere addirittura a 30-50 mln.
Nel frattempo anche l'Unione Europea si è pronunciata sul caso attraverso le parole del Commissario UE per l'economia Joaquin Almunia il quale ha riferito che "Alitalia deve trovare una soluzione in accordo con le regole europee" e "che la soluzione sia buona per la compagnia, per i passeggeri e per i lavoratori". Proprio in riferimento alla questione legata ai lavoratori che rischiano di perdere il posto è intervenuto il ministro alla PA Renato Brunetta il quale ha riferito che il Governo è intenzionato a ricollocare il personale Alitalia in esubero in aziende private attraverso lo strumento degli incentivi alle aziende stesse.
Proprio oggi ha inizio il confronto con i sindacati sul piano industriale di Alitalia. I lavori, che si protrarrano per i prossimi 10 giorni, partono da una base di confronto sugli esuberi di 4.500 tagli secondo il Piano Fenice (questo il nome assegnato alla manovra). La conferma arriva dopo le indiscrezioni pubblicate da Repubblica, che riferiscono di contatti informali con il governo.
Nei giorni scorsi, inoltre, sempre dalla Commissione Europea ha preso la parola il commissario ai trasporti Antonio Tajani il quale ha commentato il piano di salvataggio di Alitalia affermando di vedere numerosi "punti positivi" nel Piano Fenice. Questi punti positivi, a detta di Tajani, sarebbero legati alla palese volontà di "favorire il mercato e il principio della concorrenza" facendo partecipare i privati e volendo "vendere gli asset al prezzo di mercato". Proprio in riferimento a quest'ultima affermazione di Tajani va detto che è stata già presentata un'offerta per gli asset operativi di Alitalia da parte della Newco Cai.
Oggi, intanto, si è ufficialmente aperto il tavolo del confronto tra Governo e sindacati, ma le agenzie hanno già battute le prime dichiarazioni del segretario generale della CGIL Epifani (a mio avviso fuoriluogo) il quale ha affermato di sentirsi estremamente pessimista sulla vicenda in quanto bisognerà "cercare in una via molto stretta un equilibrio per un piano di rilancio credibile" e "la risposta al maggior numero possibile di lavoratori". La cosa non stupisce più di tanto in quanto Epifani è solito isolarsi dalle altre sigle sindacali e, pur chiedendo a gran voce il dialogo, spesso non è disposto a trattare. Forse la sua è stata una sorta di risposta provocatoria alle dichiarazioni di Berlusconi di ieri sera il quale ha affermato che il Piano Fenice è l'unico possibile; va sottolineato che alla base di quest'ultimo vi è il dialogo tra le parti.
Personalmente mi associo alle parole di Bonaiuti e Scajola. Il primo, in risposta alle dichiarazioni di Epifani, ha dichiarato che non pensa "che si voglia respingere una soluzione del genere", mentre il ministro per lo sviluppo economico ha affermato che occorre "andare avanti cercando la condivisione", quindi l'accordo con i sindacati, ma "nessuno pensi di avere diritti di veto". Sono comunque positive le prime notizie che giungono da Roma. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, promuove infatti il progetto per salvare Alitalia e parla di un "evento positivo". A questa dichiarazione, rilasciata a poche ore dall'incontro tenutosi al ministero del Lavoro, Bonanni aggiunge: "Non capisco perché il piano debba essere visto negativamente". Inoltre, al termine di un incontro avuto con il ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta, Bonanni ha sottolineato la necessità da parte di tutti di un "senso di responsabilità e collaborazione". Che si tratti di una stoccata al collega Epifani?!?

sabato 30 agosto 2008

Corsa alla Casa Bianca: candidati a confronto

E' di questi giorni la notizia della nomina, da parte dei due contendenti alle elezioni presidenziali americane, dei candidati alla vice-presidenza. Il repubblicano John McCain ha indicato la 44enne Sarah Louise Heath Palin, attualmente governatrice dello stato dell'Alaska e proveniente dal mondo del giornalismo televisivo. Decisamente diversa la scelta del democratico Barack Obama; ci si aspettava, infatti, che il senatore dell'Illinois scegliesse la grande sconfitta alle primarie Hillary Clinton, ma così non è stato. Obama ha optato per il più navigato Joseph Robinette "Joe" Biden, Jr., 66enne senatore del Delaware.
Ma guardiamo, in maniera schematica, quali sono i punti di vista dei due candidati sulle tematiche che hanno maggior rilievo a livello internazionale.

Relazioni Internazionali

John McCain
McCain è da tempo impegnato nella promozione della democrazia in Africa e Medio Oriente. Si espresso in maniera estremamente critica nei confronti della Russia per il comportamento del Cremlino nella crisi georgiana ed ha manifestato soddisfazione per la decisione del presidente pakistano Musharraf di dimettersi affermando che ritiene inopportuno che gli USA proseguano nella loro co-operazione con il Pakistan considerata l'assenza di democrazia nel paese. McCain, inoltre, supporta la U.S.-India Civil Nuclear Accord considerandola "la base di partenza per rafforzare le relazioni con quella che considera la più grande democrazia del mondo". In tal senso McCain pare intenzionato a rivitalizzare la posizione degli stati uniti sullo scenario internazionale.
Barack Obama
Decisamente diverso il tono utilizzato da Obama il quale ritiene importante "incontrare i leader di tutte le nazioni, sia quelle amiche che quelle avverse", che ha però le stesse posizioni del suo avversario sia sulla questione pakistana che sulla crisi georgiana. Come senatore Obama ha votato favorevolmente allo U.S.-India Civil Nuclear Accord e nel corso della sua campagna ha enfatizzato il ruolo delle politiche estere multilaterali.

Crisi in Iraq

John McCain
McCain afferma che non intende continuare le operazioni in Iraq oltre il necessario "per garantire gli interessi americani nell'area" (ha previsto per il 2013 la fine delle operazioni di peace keeping). Il candidato repubblicano, infatti, ritiene che "un ritiro precipitoso delle forze americane condannerebbe l'Iraq ad una guerra civile" che rafforzerebbe le posizioni di al-Qaida. Ritiene, infine, che "il vantaggio di avere un alleato pacifico e democratico nel cuore del Medio Oriente potrebbe essere messo a repentaglio da uno sciagurato ed irrazionale ritiro immediato".

Barack Obama
Obama si è invece sempre dimostrato estremamente critico nei confronti delle operazioni militari in Iraq, ritenendo che, a differenza dell'Afghanistan, le operazioni non hanno mai avuto l'obbiettivo di combattere al-Qaida. Questa è la ragione per cui è intenzionato a ritirare le truppe immediatamente. Secondo i calcoli di Obama entro 16 mesi dall'inizio del mandato presidenziale tutti i soldati americani potrebbero aver fatto ritorno in patria. "Il modo migliore per responsabilizzare i leader iracheni è far capire loro che ci stiamo ritirando", questa è la frase che il candidato democratico ha pronunciato più volte riguardo all'Iraq. Anche in questo caso ritiene fondamentale coinvolgere nel dialogo gli altri paesi del Medio Oriente in modo che possano portare il loro contributo alla stabilizzazione interna dell'Iraq. Se eletto, Obama ha già detto che stanzierà almeno $ 2 miliardi in aiuti umanitari ai profughi iracheni.

Energia e cambiamenti climatici

John McCain
"Assicurare un'aria pulita, un'acqua salutare, un'uso sostenibile delle terre ed ampie aree verdi dev'essere considerata una responsabilità patriotica" Con queste parole McCain si riferisce alla grave crisi ambientale in cui riversa il paneta e manifesta la sua intenzione di sviluppare nuove tecnologie energetiche, oltre ad implementare il ricorso all'energia nucleare e all'estrazione di petrolio a largo delle coste statunitensi in modo da diminuire la quantità di greggio importata. Il candidato repubblicano è inoltre convinto che sia "necessaria una soluzione globale per affrontare i cambiamenti climatici del paese" e per questa ragione discuterà ampiamente del tema con gli alleati.

Barack Obama
La lotta al cambiamento climatico è invece definita da Obama come "la sfida morale più grande della nostra generazione". Il democratico ha proposto un piano da $ 150 miliardi da stanziare in 10 anni per studiare i bio carburanti e promuovere l'energia rinnovabile. Ritiene di essere in grado di gettare le basi per migliorare del 50% entro il 2030 l'efficienza energetica del paese attraverso l'istituzione di programmi competitivi di prestiti finalizzati alla costruzione di edifici energeticamente efficienti. Obama, infine, afferma di voler creare un Global Energy Forum che riunirà i paesi che consumano grandi quantità di energia per discutere delle tematiche legate all'ambiente.

E' chiaro che la corsa alla Casa Bianca si giocherà su altri temi che a noi, osservatori esterni, tangeranno poco. Di fondamentale importanza saranno le proposte legate all'educazione (tema con il quale Gerge W. Bush vinse le elzioni per il suo primo mandato presidenziale) e all'assistenza sanitaria (quest'ultimo è storicamente un punto di forza dei democratici). I sondaggi davano, fino a qualche giorno fa, i due candidati appaiati dopo la grande rincorsa di McCain. Oggi, all'indomani della convention democratica, alcune agenzie hanno battuto la notizia che Obama avrebbe recuperato addirittura 8 punti percentuali. Ma i sondaggi, la storia insegna, lasciano davvero il tempo che trovano. Staremo a vedere cosa succederà nelle prossime settimane dopo, cioè, che anche i repubblicani avranno svolto la loro convention.

giovedì 28 agosto 2008

Senza conseguenze il dirottamento dell'aereomobile sudanese

Si è concluso senza conseguenze il dirottamento dell'aereo sudanese della compagnia Sun Air. E' infatti di oggi la notizia, annunciata da un responsabile libico, che i pirati dell'aria che hanno dirottato ieri un aereo sudanese verso la Libia, si sarebbero arresi e consegnati alle autorità locali. I dirottatori si sono arresi dopo negoziati con le autorità di Tripoli e sono stati trasferiti in una delle sale dell'aeroporto di Kufra. I pirati dell'aria avevano già liberato nella giornata di ieri tutti i passeggeri e tenevano in ostaggio solo i sei membri dell'equipaggio. Intanto le autorità sudanesi hanno chiesto alla Libia di arrestare i '"terroristi" e di consegnarli al Sudan.
L'episodio, che ha avuto inizio lo scorso 26 agosto, ha visto protagonista un Boeing 737 sudanese con 95 persone a bordo mentre che era in volo da Nyala (capoluogo del Darfur) a Karthoum. Il velivolo era stato fatto atterrare in Libia, ma i pirati dell'aria erano intenzionati a raggiungere Parigi. I dirottatori, almeno una decina, apparterrebbero ad un'ala minoritaria del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm), un gruppo ribelle del Darfur, guidato da Abdel Wahid Mohammed al-Nur, che attualmente vive proprio nella capitale francese. Quest'ultimo ha però smentito qualsiasi tipo di implicazione.
Secondo le agenzie, lo scopo principale del gesto sarebbe stato quello di rapire il governatore del Darfur del sud, Ali Mahmud. Ma il colpo non è riuscito in quanto Mahmud era partito da Nyala con un altro aereo. Questo è quanto emerso dalle prime indicazioni rilasciate dopo l'arresto da due dei componenti del commando, che non si sa ancora se siano o no ribelli del Darfur, come invece molti elementi fanno ritenere. A bordo dell'aereo erano presenti anche numerosi altri responsabili del Darfur che avevano partecipato nelle ore precedenti ad un convegno. Tra questi anche il capo della commissione per la distribuzione delle terre, Adam Abdel Rahman, e quello della commissione incaricata di soprintendere all'applicazione dell'accordo di pace di Abuja tra governo sudanese e la corrente maggioritaria del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm) nel 2006. L'episodio si è dunque concluso senza conseguenze.

mercoledì 27 agosto 2008

La crisi nel Caucaso: una breve analisi

Nelle ultime settimane si fa un gran parlare della crisi che ha travolto il Caucaso e il conflitto armato tra Russia e Georgia. Ma di chi sono le responsabilità dell'avvenuto? Dico sin d'ora che è difficile affibbiare le colpe a una sola delle parti e che forse la responsabilità è per questo da dividere tra Mosca e Tbilisi. Ma non vi è dubbio che il conflitto si sia svolto secondo i piani del Cremlino che non vuole in alcun modo rinunciare alla sua sfera d'influenza in quello che fu, un tempo, l'Impero Sovietico. Va sottolineato che la Georgia fu invasa dai bolscevici nel 1921 e da allora è di fatto entrata a far parte della sfera di influenza russa, venuta poi meno nei primi anni '90 e definitivamente affossata con l'elezione a capo del governo di Tbilisi del filo-occidentale Saakashvili. Quanto avvenuto nelle scorse settimane in Georgi, però, deve farci riflettere per molti motivi, tra cui il fatto che per la prima volta dalla caduta del Muro di Berlino, la Russia ha di fatto invaso un paese sovrano infrangendo una delle basilari regole del diritto internazionale.
Oggi la Russia, in seguito all'intervento armato, ha preso possesso del territorio dell'Abkhazia e dell'Ossezia del sud (quest'ultima scenario degli scontri), ha bloccato il porto georgiano di Poti affondando numerose navi, ha distrutto gran parte delle infrastrutture in vaste aree della Georgia ed ha occupato diverse città tra cui Gori (città natale di Stalin). Il 12 agosto scorso, dopo aver di fatto polverizzato il debole esercito georgiano, Mosca ha deciso di fermare la propria iniziativa. In quell'occasione il presidente russo Medvedev ha dichiarato che le "operazioni di ripristino della pace" si erano concluse e che l'aggressore (la Georgia, secondo il punto di vista del Cremlino) era "stato punito e le sue forze armate distrutte". Poche ore dopo queste affermazioni il premier russo ha ricevuto il presidente francese Nicholas Sarkozy ed ha firmato il cessate il fuoco da lui propostogli.
Ma quali sono i veri motivi della crisi? Non è sufficiente pernsare che Mosca abbia agito semplicemente per rovesciare il Governo del filo-occidentale Saakashvili o per punire il piano georgiano di adesione alla NATO. Il vero motivo è che il Cremlino intende riguadagnare il terreno perduto nel Caucaso alla luce della grande importanza geo-strategica della regione. Visti i forti legami di Tbilisi con l'Occidente, la Georgia è apparsa subito come il migliore dei bersagli da colpire. Si è così aperta una guerra indiretta con gli Stati Uniti (i principali alleati di Tbilisi). Ad una analisi attenta si può capire che Mosca sta cercando di tracciare una linea rossa di demarcazione dalla quale l'Occidente e la NATO farebbero bene a tenersi lontani.
Ma torniamo all'analisi del conflitto. Ad oggi, con fucili e mortai ancora fumanti, è impossibile stabilire con certezza chi abbia aperto le ostilità. E' altrettanto certo, però, che considerando l'entità e la rapidità dell'operazione russa, il copione del conflitto sia stato scritto per intero dal Cremlino. L'ostilità esistente tra Russia e Georgia non è certo una novità. Va però detto che l'evento che più di ogni altro ha contribuito a far precipitare nella tensione i due paesi è stata l'indipendenza del Kosovo. Ci si potrà chiedere cosa c'entri il Kosovo (così lontano da un punto di vista geografico) con questa questione. La risposta è presto data. L'indipendenza dello stato balcanico, infatti, ha creato un precedente non trascurabile dal punto di vista del diritto internazionale: il riconoscimento internazionale di una dichiarazione d'indipendenza unilaterale. Il Cremlino ha colto tale occasione per manifestare il proprio appoggio alle pretese dei movimenti separatisti di Abkhazia ed Ossezia del sud aumentando la tensione con Tbilisi. A causa di ciò, già la scorsa primavera si arrivò ad un passo dal conflitto russo-georgiano in Abkhazia, ma l'intervento militare fu scongiurato soprattutto a causa dell'organizzazione interna della regione separatista. La crisi si è poi lentamente spostata dall'Abkhazia all'Ossezia del sud, dove l'organizzazione interna della regione, invece, è estremamente scarsa (lo stato/regione è organizzato in piccoli villaggi osseti e georgiani facilmente coinvolgibili in guerra). Inoltre, come ha spiegato la giornalista russa Julia Latynina, l'Ossezia "è una joint venture tra ex generali del KGB ed un gangster osseto (Eduard Kokoity, attuale presidente del governo non riconosciuto dell'Ossezia nonchè ex funzionario sovietico) che approfittano del denaro proveniente dal Cremlino per combattere Tbilisi". Rimane comunque poco chiaro quale sia stato il vero casus belli e chi l'abbia creato. Il clima che si respira è però estremamente teso. A dinmostrazione di ciò troviamo le parole pronunciate da un deputato della Duma: "Oggi è chiaro quali siano le parti coinvolte nel conflitto. I responsabili sono Stati Uniti, Gran Bretagna ed Israele, che hanno contribuito all'addestramento dell'esercito georgiano, e l'Ucraina, che lo ha fornito di armi. Noi abbiamo reagito ad un'aggressione della NATO". Sembra quasi di sentir parlare il presidente iraniano Ahmadinejad, se non fosse per alcuni riferimenti geografici precisi. Le accuse lanciate, però, sono di una gravità incredibile e rischiano di far congelare le relazioni tra Russia ed Occidente con conseguenze che potrebbero essere catastrofiche.
E' chiaro che il conflitto in Georgia sia destinato ad isolare ancor di più la Russia cosa, questa, che finirà per rendere il paese sempre più aggressivo e nazionalista.

martedì 26 agosto 2008

Una situazione sempre più tesa a livello globale

Sono numerosi i momenti di tensione internazionale che si sono susseguiti nelle ultime ore. Negli Stati Uniti pare sia stato sventato un tentativo di attentato al candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali Barack Obama. La polizia di Denver ha arrestato almeno 3 persone sospettando -dice l'agenzia- che avessero l'intenzione di organizzare un attentato contro Barack Obama. Il Senatore dell'Illinois al momento non si trova a Denver, dove si é aperta ieri la convention del Partito Democratico americano. La Kusa-Tv (un'emittente locale) segnala che la polizia di Aurora, alla periferia di Denver, ha arrestato 3 persone legate ai movimenti suprematisti bianchi. Nel camioncino di uno degli arrestati sono stati trovati due fucili con il mirino telescopico.
Intanto, nel sub-continente indiano, la situazione si fa sempre più critica. In Pakistan, come annunciato nei giorni scorsi, la Lega Pachistana Musulmana dell'ex Primo Ministro Nawaz Sharif (rimosso nel 1991 proprio dal colpo di stato militare di Musharraf) ha deciso di abbandonare la maggioranza di governo del paese. Il partito ha annunciato che presenterà Saeed-uz-Zaman Siddiqui come proprio candidato alle elezioni presidenziali previste il prossimo 6 settembre, in concorrenza con il candidato già presentato dal Partito del Popolo Pachistano Asif Ali Zardari (vedovo di Benazir Bhutto). Contemporaneamente, in India, la violenza anti-cristiana continua a mietere vittime. Ancora una volta lo scenario è lo stato di Orissa (India Orientale). Secondo quanto riportato dall'agenzia indiana PTI due persone sarebbero state arse vive durante le violenze dei fondamentalisti indù. Monsignor Joseph Babu, portavoce della Conferenza episcopale indiana, ha dichiarato che una missionaria laica è morta nell'incendio appiccato ad un orfanotrofio. Un altro uomo, un laico di religione cristiana, è stato invece bruciato vivo durante l'ondata di violenze che è esplosa nella regione. Ora si teme per i circa 30 bambini ospitati nell'orfanotrofio di Phutpali i quali, una volta messi in salvo dalla giovane missionaria laica rimasta uccisa nel rogo, sarebbero fuggiti da soli nella foresta. Gruppi di volontari li stanno cercando.
Come se tutto ciò non fosse sufficiente, continuano a peggiorare le relazioni tra Russia ed Occidente. Nella giornata di ieri le agenzie russe hanno annunciato che Mosca non crede di riuscire a entrare nel Wto nei prossimi 12 mesi e avrebbe dunque deciso di iniziare colloqui con i maggiori partner dell'Organizzazione Mondiale del Commercio per congelare alcuni accordi che limitano l'economia del Paese. Oggi, invece, in risposta alle richieste del Presidente degli USA George W. Bush (il quale ha chiesto ufficialmente alla Russia di non riconoscere lo stato dell'Ossezia), il leader del Cremlino Dmitri Medvedev, in un discorso trasmesso in diretta dalle televisioni russe, ha annunciato di aver firmato il decreto per il riconoscimento dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. Ma non è tutto. Il gen. Nogovitsin, vicecapo stato maggiore russo, ha dichiarato che "Mosca non ha ancora chiuso sul suo territorio il transito militare alla Nato verso l'Afghanistan, ma potrebbe farlo. Il nostro comandante supremo in capo (il presidente Medvedev) non ci ha detto di chiuderlo. Ha chiarito, però, che ciò potrebbe accadere perché sono state fatte numerose dichiarazioni dal Pentagono e da altri paesi su possibili sanzioni, come accadde nelle prime fasi della guerra fredda il primo giorno". Dichiarazioni, queste, che rischiano davvero di far piombare nel gelo le relazioni tra Occidente e Russia con conseguenze che, personalmente, non voglio neppure immaginare.

domenica 24 agosto 2008

Si concludono oggi i XXIX Giochi Olimpici dell'era moderna, ma...

Si concludono oggi i Giochi Olimpici di Pechino. Nonostante i numerosi timori della vigilia, tutto è proseguito nel migliore dei modi e gli esperti hanno addirittura definito l'evento memorabile dal punto di vista dell'organizzazione e della spettacolarità. Non vi sono dunque stati i temuti attacchi terroristici nè, tantomeno, eccessive manifestazioni di protesta per le ben note vicende legate ai diritti umani nel paese. Alla conclusione dei Giochi, però, non corrisponde la fine della ormai nota repressione in Tibet che aveva rischiato di causare il boicotaggio da parte di numerosi paesi occidenatali.
Il Dalai Lama, che in questi giorni è in visita a Parigi, ha accusato l'esercito cinese di "aver sparato contro la folla lunedì scorso nella regione di Kham" provocando, secondo le agenzie di stampa francesi, 140 morti. Secondo il Dalai Lama, dall'inizio delle proteste in Tibet, il 10 marzo scorso, "testimoni affidabili hanno riferito che nella sola regione di Lhasa (capitale del Tibet) 400 persone sono state uccise da colpi d'arma da fuoco". Tutto ciò è ancor più deploreveole se si considera che i manifestanti tibetani erano tutti disarmati.
Durante i giochi, inoltre, due fotografi dell'agenzia Ap sono stati fermati a Pechino mentre scattavano immagini di una protesta di un gruppo di attivisti pro-Tibet, come riferito da un giornalista della stessa agenzia. L'episodio è avvenuto nella notte tra il 13 e 14 agosto, quando il gruppetto ha cercato di srotolare uno striscione in favore del Tibet, come avvenuto anche in numerose altre occasioni durante i Giochi. I due fotografi, prima di essere rilasciati, si sono visti sequestrare le apparecchiature e le immagini scattate.
Oggi, intanto, a poche ore dalla chiusura dei Giochi, l'ANSA ha battuto un'agenzia che riferisce che 2.000 esiliati tibetani hanno manifestato a Kathmandu (Nepal) per l'indipendenza del Tibet. I dimostranti, tra i quali molti bambini e monaci con bandiere del Tibet e striscioni con slogan indipendentisti, sono sfilati in corteo per circa otto chilometri alla periferia della capitale nepalese. La polizia, pur presente in forze, si è limitata a controllare la situazione e non è intervenuta.
I riflettori su Pechino sono dunque in procinto di spegnersi, ma le violazioni dei diritti umani proseguono. C'è da augurarsi che il mondo non chiuda gli occhi e non faccia finta di non vedere. E' necessario che si trovi al più presto una soluzione prima che sia davvero troppo tardi. La Cina, infatti, pensa ormai da tempo alla costruzione di una ferrovia e di alcuni stabilimenti industriali in Tibet; ciò causerebbe una forte migrazione cinese verso la regione rendendo, di fatto, i tibetani una minoranza a casa loro.